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LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’ULTIMA CANZONE, N. SPARKS

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’ultima canzone, di Nicholas Sparks; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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La vita, ora lo capiva, assomigliava a una canzone. Al principio c’è il mistero, al termine la conferma, ma nel mezzo ci sono le emozioni che arricchiscono l”intera esperienza.

Mi è davvero piaciuto essere stata per qualche ora a Wilmington, nel North Carolina. Diversa gente, diversi colori, diverse storie. Penso a come siano davvero strane le sorprese che talvolta ci riserva la vita. O forse quel che mi facevo succedere? Con l’approssimarsi del mese d’agosto, accettando la sfida letteraria indetta su Facebook, avevo preso in mano la situazione, avevo cominciato a guardarmi intorno con altri occhi. Sarebbe stata una storia dal sapore dolce amaro a fiondarmi fra le pagine di un romanzo più acclamato degli ultimi tempi, a stare con Ronnie e Will. Certo che un certo <<disagio>>, come mi piace ogni tanto chiamarlo, aveva una sua faccia oscura, inquieta; ma ne aveva anche una di luce, potenzialità, rinascita. Questo <<disagio>> mi fece scoprire e, con gli anni, apprezzare Nicholas Sparks a cui non avrei mai prestato attenzione, se non fosse dovuto dal mio impellente bisogno di riprendere in mano una delle opere più celebri dell’autore. Forse qualcosa dentro di me esigeva un ricordo, ed ecco che leggo di un padre prostrato dal cancro…. per farmi ricordare. Santo cielo, pensavo proprio un bel ricordo!
Eppure, questo consumarsi lentamente fra la vita e la morte mi era entrato sotto pelle, quel treno che conduce al paradiso che si impantana in stazioni umidi e soffocanti, non in maniera spropositata ma nemmeno ridotta, mi dava pensiero. E’ un po’ quel genere di domanda che ancora la scienza non riesce a dare una risposta, anche se penso che la catena di eventi che determinano il nostro personale destino dipenda proprio da noi stessi. Ho avuto l’impressione di assistere ai vani salti di un acrobata che volteggia per aria fra un trapezio e un altro… finché una delle sbarre manca alla presa. Così la mia mente concepiva la condizione di Steve, precipitando nel vuoto.
Ero consapevole che, pur con tutto l’entusiasmo che mi era venuto per Ronnie e per il suo amato Will, non potevo seriamente ignorare l’ipotesi di sprofondare, giorno dopo giorno, in un sotterraneo buio in cui non avrei trovato limiti, da cui non conosco la fine e che forse non aveva via d’uscita. Forse ero io stessa vittima di un grande tormento interiore, ma la situazione era questa: triste, irrimediabile. Certamente Steve avrebbe trovato la giusta strada per ritrovare la pace, ma non riuscivo a capacitarmi del perché la vita sia così ingiusta. Mettere fine anche alla sua produzione di cellule impazzite. E il solo fatto che dovessi assistere impotente a tutto ciò aumentava il fastidio che il mio aiuto non sarebbe servito a niente.
Con la mia solita poltrona preferita, su cui partii all’ultimo minuto, mentre il sole stava per tramontare, tornai a Wilmington e mi ritagliai, felice, un posticino tutto mio.
Era ciò che volevo.
La notte volavo su una spiaggia dorata, vegliata dall’acquoso bagliore della luna, in un mondo che non era poi così lontano dal mio ma in cui mi sono persa completamente. Camminando lungo il mare e un nido di testuggine, osservando impunemente due giovani ragazzi che, punzecchiandosi, contemplavano il piccolo nido, dando l’impressione di essere loro stessi rinchiusi in un guscio.
Presi tutta questa tenerezza come qualcosa d’infinitamente dolce. E leggere L’ultima canzone, dunque, è stato come sognare ad occhi aperti. Un incanto. Parole che traboccano fiducia, ricordi deteriorati dal tempo, che si infrangono come un’onda sulle sponde del tempo, amori passionali e struggenti cui è impossibile non farsi cullare. Emozionarti anche quando ripercorro mentalmente gli anni in cui si resero conto di provare immancabilmente un inspiegabile sentimento, fatto di gioia e dolore. Il desiderio di voler tornare indietro nel tempo per spazzare via tutta la tristezza, ma con la sensazione che, se lo avrebbero fatto, se ne sarebbe andata anche la gioia. O, i ricordi che vengono assimilati e accettati come una condanna, lasciandoli che li guidino tutte le volte che si affacciano alla loro memoria.
Con L’ultima canzone ho avvertito il piacere di sentire sulla pelle la poesia o il toccante romanticismo che, con grazia e incanto, evoca perfettamente dalla sua penna al fine di rendere i suoi romanzi come una certezza assoluta nel panorama della narrativa romantica. Tipici racconti che generano ansia e batticuore. Dove il sentimento amoroso viene enfatizzato ed esplicato mediante poesia: come espressione di idee, emozioni e sentimenti dei protagonisti o metafora di solidarietà e conforto.
Romantico e scorrevole, sin dalle prime pagine, L’ultima canzone è stata una lettura davvero molto bella e coinvolgente. Una storia comune e molto realistica, che riesce a penetrare, membrana dopo membrana, nei cuori di due innamorati nati sotto una cattiva stella, e un padre che, dal palcoscenico artificiale della vita, osserva la clessidra del tempo scorrere come in un palmo di una mano. Osannare l’amore intenso di un padre che dovrà abbandonarsi a un destino così crudele e egoista, che lo condurrà dinanzi a una strada che non è più in salita ma in discesa.
Guazzabuglio di immagini dalle diverse tonalità, serie di sfumature, dalle più chiare a quelle più scure o viceversa, ritratto umano terribilmente realistico e coinvolgente di protagonisti di amori tragici e dolorosi, L’ultima canzone è per me un po’ di tutto questo. Pagine che palpitano, in cui possiamo riconoscere un pezzo di noi stessi, scovare così a fondo i sentimenti degli esseri umani, di cui Sparks dà qui l’ennesima conferma della sua straordinaria sensibilità e bravura.
Ci sono persone che possono convivere con la loro coscienza, fino a un certo punto. Loro vedono sfumature di grigio dove io vedo solo bianco e nero…

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LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’UOMO DELLA FOLLA, E.A. POE

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’uomo della folla, di Edgar Allan Poe; recensione di Massimo Colonna. Buona lettura!

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Un uomo siede in un caffè nella via più trafficata di Londra. Osserva la gente per strada, cercando di studiare atteggiamento, abbigliamento, gestualità, per comprenderne la professione. Impiegati, facoltosi, giocatori d’azzardo, prostitute: tutte figure identificabili facilmente. Ma in fondo alla folla ecco uno strano tipo: piccolo, anziano, forse malato. Eppure dà l’impressione di possedere forza interiore. Il signore comincia a vagare per la città immerso nella folla. L’uomo del bar lo segue: vuole capirne il segreto. Quello gira e rigira tra la gente, pare senza meta. Lui lo segue. Più volte tornano al punto di partenza. Poi ripartono. Alla fine, l’uomo perde la pazienza e si piazza con forza davanti al fuggitivo: questi lo guarda, tace. Poi riprende la sua corsa tra la gente.

“Il vecchio è l’emblema, il genio del crimine più perverso. Rifiuta di restare solo. E’ l’uomo della folla. Seguirlo sarebbe inutile, null’altro apprenderei sul suo conto, né sulle sue azioni”. 

E’ l’uomo moderno (occhio alle date, il testo di Poe è del 1840): segue la folla, senza nemmeno saper dove andare. Non riesce a star solo. Ha bisogno della sicurezza del gruppo, dal branco. Dell’anonimato. Poi, quando lo guardi dritto negli occhi, cos’ha da dire? Nulla.
E’ l’uomo moderno. Grande messaggio visionario in un racconto brevissimo.
In più. Visionaria anche la prima figura. L’uomo infatti si ferma. Si prende un attimo. E guarda le cose dall’esterno. Con un punto di vista diverso rispetto a quello di tutti i giorni. Quanti oggi lo fanno? Quanti guardano la propria vita dall’esterno?

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: Susan a faccia in giù nella neve, C.O’CONNELL

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Susan a faccia in giù nella neve, di O’Connell Carol; recensione di Caterina Armentano. Buona lettura!

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Alla vigilia di Natale, a Makers Village, una cittadina nello stato di New York, due bambine di dieci anni vengono rapite. L’unica traccia è la bicicletta di una di loro, ritrovata abbandonata alla fermata dell’autobus.
Il poliziotto incaricato delle indagini, Rouge, ha un motivo in più per cercare di ritrovare le bambine: 15 anni prima, la sua gemella, allora bambina, fu rapita e uccisa. E’ vero che un uomo, un prete, è stato condannato per quell’omicidio, ma si è sempre proclamato innocente. E ora che le modalità del rapimento sembrano ricalcare quelle di 15 anni prima, Rouge spera che questa volta riuscirà ad arrivare in tempo per salvare la vita alle bambine scomparse. Con l’aiuto di Aly Cray, una criminologa dal volto sfigurato, Rouge tenta di far parlare l’unico che forse ha visto qualcosa, un ragazzino introverso che frequenta una scuola speciale vicino al luogo della sparizione.

Il passato ritorna e lo fa nel modo più atroce. Gli errori degli adulti ricadono sui bambini perché l’orco cattivo non è stato catturato e punito, questi ritornerà e lo farà per il medesimo motivo: violare la loro innocenza.
Due bambine vengono rapite, Rouge, il poliziotto che si occupa del caso, si rende conto che ci sono delle affinità con il rapimento avvenuto quindici anni prima in cui a morire fu sua sorella. La domanda sorge spontanea: Il colpevole è davvero chi sta in prigione?
Giustizia è stata fatta o l’ombra del male e della pedofilia si stendono ancora su una piccola cittadina newyorkese?
Una giovane criminologa, Aly, si occupa di tracciare il profilo psicologico del mostro. Lei dal volto sfigurato nasconde un passato atroce. Deve risolvere il caso a tutti i costi altrimenti la sua vita non potrà scorrere tranquillamente, lei che la pace sembra non averla mai conosciuta.
La pedofilia: un tema scottante. La O’Connell utilizza un linguaggio semplice, senza mai cadere nell’ossessività. Il tema viene districato, non solo attraverso le indagini, ma soprattutto dall’ottica delle bambine rapite. Il loro stare insieme, abbracciate, in cerca di amore e calore da l’illusione che tutto terminerà nel migliore dei modi. Inganna gli adulti, un balsamo per lenire il senso di colpa.
Le indagini a rilento, fanno dubitare di tutti. I fantasmi del passato creano ombre, confondendo il lettore:cos’è il bene, cos’è il male?
Un romanzo dalla scrittura fluida, dinamica, plastica, che si incastra sottoforma di piccoli puzzle. Un finale sconvolgente che oso definire più paranormal che thriller.
È proprio il finale a far riflettere e farci temere alcune verità.

Non ho apprezzato il titolo: Susan a faccia in giù nella neve, di certo è a effetto, ma avrei preferito che la casa editrice si fosse attenuta di più all’originale: Judas child. Non capisco perché nella traduzione italiana si perda molto del significato originario.
Carol O’Connell sa il fatto suo, la sua scrittura trascina, i suoi personaggi sono reali, “corposi” e il giochetto di spiazzare il lettore sul finale è da brividi!

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA VITA DAVANTI A SE’, E.AJAR

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo La vita davanti a sé, di Emile Ajar; recensione di Sandra Rebecchi. Buona lettura!

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Mentre sei come al solito attenta a scegliere fra le proposte dei libri appena usciti, indecisa fra mille titoli (vorresti leggerli tutti, sei una lettrice compulsiva), ti capita di sgombrare una vecchia libreria in una casa disabitata; tiri giù dallo scaffale un Rizzoli datato, La vita davanti a sé, di un autore che non conosci, Émile Ajar. Ti viene lo scrupolo: prima di affidarlo al comune per un BookCrossing, vuoi leggerlo e ti aspetti uno stile lento, obsoleto. Pensi: se non mi piace chiudo il libro e via!
Invece … Invece!
Lo finisci correndo e ti appassioni alla storia di un bambino, Mohamed detto Momo, cresciuto da una vecchia prostituta di Belleville, a Parigi, insieme ad altri figli di prostitute; li affidano a lei poiché la legge impedisce loro di tenerli con sé. Lei, madame Rosa, è un’ebrea reduce da Auschwitz, grassa e sfatta, che durante la storia si ammalerà gravemente. Momo le vuole bene, pur essendo consapevole del disfacimento della donna, la nutre quando non può più farlo da sola, la cura e quando non potrà più fare le scale la trasporterà in uno scantinato segreto in cui lei ha ricreato un suo “spazio ebraico”, dove nascondersi e pregare.
Madame Rosa morirà lì e Momo la veglierà fino a che gli abitanti del condominio non si accorgeranno, a causa del cattivo odore, della presenza di un cadavere.
Durante la lettura, la prima cosa che ti colpisce è la voce narrante che è proprio quella del bambino, del protagonista, Momo. All’inizio lui vede la realtà cogli occhi ingenui dell’infanzia. Poi pian piano cresce e le sue osservazioni si fanno più acute e sagge. Un momento doloroso di consapevolezza giungerà quando suo padre, musulmano, verrà a pretendere la restituzione del figlio; madame Rosa lo ingannerà sull’identità di Momo e, disperato, l’uomo morirà di un attacco cardiaco. Momo scoprirà in quel momento di avere quattordici anni e non dieci, come credeva.
La seconda sorpresa è il linguaggio; non è letterario, ma reale, vivo ed è il linguaggio di una banlieu usato probabilmente per la prima volta in un libro. Ti meravigli perché la data di pubblicazione del libro è il 1975!
Lo sfondo è una Parigi multietnica nella quale funziona una legge di mutua assistenza fra disgraziati: un nigeriano, protettore di prostitute, analfabeta, si fa scrivere da madame Rosa lettere da mandare alla sua famiglia, nelle quali dà ad intendere di essere diventato ricco; un trans senegalese, Lola, porta cioccolatini e champagne; un gruppo di neri danza intorno a madame Rosa morente per cacciare gli spiriti.
Si respira un clima di solidarietà nel quale nessuno si meraviglia più di vedere intorno a sé abitanti del mondo, ognuno a suo modo partecipe della gioie (poche) e delle disavventure (molte) altrui.
C’è la vita nel romanzo con le sue risate e le sue lacrime, con l’umorismo e con la cattiveria e ci sono i vecchi, che “la natura fa crepare a fuoco lento”, dei quali si parla con grande rispetto e amore, sì, amore e non si può usare un’altra parola.
A questo punto vuoi sapere chi è l’autore e cominci a cercare sue notizie nella rete. Scopri i misteri della sua vita e la sua personalità complessa e problematica, mentre le notizie che reperisci si accavallano ed è difficile orientarsi cronologicamente e distinguere fatti da leggende.
Romain Kacew (il “primo nome” dello scrittore) emigra dalla Russia in Francia all’età di 13 anni. E’ lituano. Studia giurisprudenza a Parigi, si arruola nell’aviazione e nel 1940 combatte nell’organizzazione di resistenza di Charles De Gaulle. Tiene un comportamento eroico e viene decorato con la Legion d’onore. Dopo la fine della guerra, intraprende la carriera diplomatica e si reca a Los Angeles quale Console generale di Francia; vi resta a lungo.
Ormai è naturalizzato francese e il suo nome è Romain Gary.
Oltre che eroe di guerra e diplomatico, è viaggiatore, scrittore, regista, sceneggiatore. Le foto testimoniano di un uomo molto bello, un cosacco con gli occhi azzurri. La sua biografia ci dice che è un tombeur de femmes. Sposa la scrittrice Lesley Blanch e successivamente nel 1962 l’attrice americana Jean Seberg, bellissima, l’adolescente triste di Bonjour tristesse: lei ha 24 anni, lui 48.
Nel 1979, quando sono già divorziati, lei viene trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina a soli 40 anni.
Fin qui la sua vita sentimentale.
Intanto Gary scrittore pubblica diversi libri: il primo col nome di Romain Kacew, altri col nome di Romain Gary e con questo nome nel 1956 vince il premio Goncourt con Le radici del cielo.
E’ un successo. Gary continua a scrivere e nel 1975 vince di nuovo il premio Goncourt con La vita davanti a sé! Ma è impossibile perché il premio viene assegnato una volta sola, ti dici, ma scopri che quell’opera lui l’ha firmata con lo pseudonimo di Émile Ajar, proprio quello usato nel libro edito da Rizzoli.
La rivista Lire stronca l’opera di Gary e loda Ajar: <<Ajar è decisamente un altro talento>>. Cosa avrà pensato Gary nel leggere questo giudizio senza appello?
La verità si scopre dopo la sua morte e anche la storia del suo suicidio è inquietante.
Gary il 3 dicembre del 1980 si reca in un negozio di place Vendôme a Parigi e acquista un vestaglia rossa. Ha intenzione di spararsi e non vuole che il suo sangue turbi nessuno. Organizza tutto con la massima attenzione, mette in ordine la sua stanza, lascia un biglietto con su scritto: <<Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove>>.
Parigi intera pensa al suicidio di uno scrittore ormai finito, un sopravvissuto che non ha più nulla da dare.
Di certo Gary soffre molto il proprio invecchiare, ma perché si suicida e quanto è stato colpito dalle stroncature e dai giudizi dei critici non lo sapremo mai. Come pure non sapremo quanto abbiano influito le delusioni amorose o il dolore per la tragica fine di una donna amata.
Intanto un nipote di Gary, Paul Pavlovitch, incaricato da Gary stesso (sembra), impersona Émile Azar. Si scopre che, sotto il nome di Ajar, sono stati pubblicati quattro romanzi dei quali Pavlovitch assume la paternità; perciò è lui il vincitore del Goncourt per La vita davanti a sé. Tre anni dopo esce il film omonimo diretto da Moshè Mizrahi e interpretato da Simone Signoret: il film vince l’Oscar per il migliore film straniero, mentre la Signoret vince il César come migliore attrice.
Poco dopo la morte di Gary, esce postumo Vie et mort d’Émile Ajar nel quale si svela la vera identità di Ajar: Gary, in russo vuol dire “brucio”, mentre Ajar significa “brace”. Gary contro Ajar. Altra strana coincidenza. Il premio Goncourt comunque non è stato mai revocato.
Ma Gary ha usato altri pseudonimi: Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi (le lettere s, i e n sostituiscono le g, a e r di Gar-ibaldi) e con questi altri pseudonimi ha scritto decine di romanzi.
Insomma chi è Gary? Sicuramente un grande scrittore. Perché si nasconde sotto falsi nomi? Si nasconde o conduce uno strano gioco? E il gioco vuole dimostrare qualcosa e a chi? E’ un gioco ironico e divertente? Non sembrerebbe visto che si conclude con un suicidio fermamente voluto. E così via di pagina web in pagina web, senza risposta a molti tuoi dubbi, tranne l’inquietudine nelle parole che Gary pronuncia proprio per bocca di Momo in La vita davanti a sé: <<… io non ci tengo tanto a essere felice, preferisco ancora la vita.>> e <<Non c’è bisogno di motivi per aver paura …>>.
Insomma ti ritrovi trascinato in una storia piena di interrogativi irrisolti.
Oggi è l’editore Neri Pozza a rieditare il libro, questa volta col “vero” nome dell’autore, Romain Gary.
Alla fine ti poni domande forse comuni e banali. La vita reale è più variegata e sorprendente di qualunque romanzo: allora ha senso creare nuove storie, quando ne abbiamo infinite intorno a noi? Ha senso l’opera letteraria se è totalmente fantastica, totalmente avulsa dalla realtà? E ancora: quale è la vera relazione di un autore con i suoi lettori? Da lettore, sei al centro di un gioco creato da altri? Quando apri un libro che ti prende, sei obbligato a “partecipare” al gioco? Perciò, mentre un libro ci racconta una storia, sarebbe interessante conoscere la storia di quel libro.
Queste e altre domande solo per aver sgombrato uno scaffale da volumi un po’ vecchi …

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: VERONIKA DECIDE DI MORIRE, P. COELHO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Veronika decide di morire, di Paulo Coelho; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Se un giorno potessi uscire da questo posto, mi permetterei di essere folle, perché lo sono tutti. Gli uomini peggiori sono quelli che non sanno di esserlo, perché continuano a ripetere ciò che impongono gli altri.

Con la storia di Veronika persi completamente il senso del tempo. La sera ascoltavo la sua storia, scritta in quelle che non sono altro che pagine della sua memoria, che si trascineranno fin quando non esalerà l’ultimo respiro, senza prendermi la briga di alzare gli occhi dalle pagine.
Le parole scorrevano dalla punta di una penna invisibile su un foglio evocando all’orecchio la voce della piccola Veronika. Pendevano dalle mie braccia e indugiavano sulla mia testa: finestrelle aperte su un mondo che offrivano allo sguardo lo sfavillante spettacolo di un mondo completamente sconosciuto ai miei occhi. Gruppi di boliviani che suonano in piazza, in un pomeriggio invernale. Una ragazza insoddisfatta, sola che ha bisogno degli altri per essere felice che vaga come un’anima in pena in un posto dove le persone non si vergognano di essere etichettate come matte. Ed io che, stregata dall’aura lucente di Veronika, dal bagliore acquoso della luna che, come un’indescrivibile sensazione di benessere, mostrava la propria eternità, seguivo scrupolosamente ogni sua mossa. Veronika che proiettava la sua malinconia fino al mio cuore caldo rinchiuso nella cassa toracica, dove si dilatava e contraeva ogniqualvolta s’imbarcava in una dei suoi eccentrici comportamenti.
In ogni parola erano conservate scatole con dentro racchiuse tante vite. Scatole che contenevano dettagliatamente i particolari sulle persone che, come anime dannate ma contrite, erano sparse intorno a Veronika. Scatole piene di vita di cui Veronika non sa cosa farsene, ma che arricchiscono questo splendido scenario. Dalla mia prospettiva, così evocativo ma distante, di cui tuttavia si riesce a scorgere l’attività che vi ferve. E, come un sogno breve e senza senso, in una rapida discesa conduce alla vita che sta ormai appassendo nella quiete mattutina. Fra il fragore delle macchine, in un istituto psichiatrico che freme vita, su uno sfondo luminoso e quasi rassicurante di un astro che placa tutta la superficie, prima della sua inevitabile decadenza.
Non conosco le ragioni per cui abbia amato la storia di questa strana ragazza che in meno di ventiquattro ore popolò le mie notti.
Una figura quasi ipnotica che brucia nella mia testa vivida e bellissima, nell’anticamera della morte, scuote la testa e arriccia le labbra rievocando ricordi che, come limpida acqua, escono inarrestabili dalle fessure tra le rocce di una fontana. Come si era sentita fluttuare fra le nuvole, quando un ammiratore sconosciuto le aveva regalato un fiore. Il senso di pace che le comunicava osservare lo spicchio della luna. Io mi sono avvicinata, attratta verso di lei come una falena. Ed, quando ero nel suo cerchio magico, avvertii un forte sentimento: l’odio profondo che gli impedì di scoprire le altre Veronika che dimorano dentro di lei e che erano interessanti, folli, curiosi, coraggiosi, audaci. Ma che, per spegnere questo sentimento, si volgeva alla luna e attaccava con una sonata, in suo omaggio, sperando che lei l’ascoltasse orgogliosa.
Con il silenzio opprimente della notte, l’ho cercata come storie che vanno alla ricerca di altre storie. Come mezzo di allontanamento dalla vita, dalla routine, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura. Per lasciare che le sue parole mi sorprendessero e m’inducessero a provare moti di compassione che prendono quando si è insoddisfatti della vita. Per comporre una melodia che conducesse altrove: svuota la mente, induce a smettere di riflettere su ogni cosa e limitarci ad essere.
Quando la salutai provai una strana sensazione nel petto. Era dovuto dalla storia che Coelho aveva sussurrato al mio orecchio? Forse. Un’eco, un sussurro, che aveva reclamato la mia attenzione, spazzando completamente via la storia della mia vita.
Veronika non aveva niente che potesse considerarsi come una valida ragione per togliersi la vita. Il suo desiderio di morire, – indetto da insoddisfazione morale, fantasie represse nei riguardi di qualcosa o qualcuno, o paure di vivere nell’errore – non aveva niente di inquietante. Non era l’atto in se a turbarmi ma l’idea che potesse compierlo a darmi qualche preoccupazione. Se Veronika era così insoddisfatta come diceva era di sicuro determinata a compiere questo gesto sconsiderato. E se era determinata significava che sarebbe morta. Come poteva essere altrimenti?

Tutti viviamo in un mondo nostro. Ma se guardi il cielo stellato, ti accorgi che tutti questi mondi diversi si combinano, formando sistemi solari, costellazioni, galassie.

Con le sue divagazioni sull’esistenza di Dio, di un mondo che si combina o si fonde con altri mondi, l’anima completamente appagata – perché solo adesso la vita ha un senso -, Veronika decide di morire è un libriccino dalla mole piuttosto ridotta ma unico nel suo genere. Scene di vita in un caleidoscopio di situazioni critiche. Cisterna che non supera mai i limiti, ma che custodisce desideri, sogni, speranze di personaggi rosi dai dubbi e dalle inquietudini.
Un romanzo che è una nostalgica poesia sul senso della vita. Flagello dell’anima e quasi unica via di redenzione trovata.

In un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA SCOPA DEL SISTEMA, D.F. WALLACE

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Labirinti, di David Foster Wallace; recensione di Massimo Colonna. Buona lettura!

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Visionario. E anche di più. Delirante, se vuoi provare a comprenderlo. Se lo guardi da lontano. Se invece cerchi la storia, non ne esci vivo.

C’è un secondo messaggio solo se lo si osserva da lontano. Solo se si guarda la storia non nello sviluppo particolare, ma come un fiume che ti passa davanti. L’intreccio tra fatti e personaggi è talmente complesso che ad un primo sguardo può sembrare tutto troppo complicato. Ma in questo sta il secondo messaggio, il messaggio visionario.

La protagonista va alla ricerca della nonna scomparsa. In mezzo ad un delirio di fatti, racconti brevi ficcati ovunque, testimonianze e personaggi, alla fine la protagonista (che tra l’altro ha lo stesso nome della nonna, tanto per facilitare il lettore) semplicemente sparisce. Non si sa se ritrova la nonna e non si sa se decide di seguire gli altri o di fuggire da sola.

“Credo che questo tizio qui sia il barbiere che rade solo e tutti quelli che non si radono da sè. Il dilemma è se il barbiere si rada da sè o meno. Credo sia questo il motivo per cui gli è esplosa la testa”

Lenore scappa da tutto: dalla storia, dai personaggi che la inseguono, dal lettore che vuole sapere. E va da sé. Non gli importa del contesto. Tanto che il libro finisce con una frase tagliata: “Puoi fidarti di me. Io sono un uomo di”. Fine. Grande prova visionaria per David Foster Wallace.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LABIRINTI, M. VAN DER TOORN

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Labirinti, di Maggie Van Der Toorn; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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Ho lasciato la caverna, il buio, l’ignoranza ed ora che la mia anima è apolide, e il mio spirito vola alto, ricordo quel piccolo miracolo di una lama di luce, che da quel giorno mi scalda anima e cuore.

Oggi presento un libro di racconti, Labirinti, di Maggie Van Der Toorn.
Prima di commentarlo, una piccola premessa. Ho aspettato diversi mesi prima di leggerlo. Me lo regalò lei stessa a dicembre 2014, durante una presentazione a Cattolica.
Ho atteso perché avevo un sincero timore di non recensirlo positivamente, giacché ho sempre diverse remore verso i racconti. Non è facile creare in poche pagine una storia che sappia donare realmente qualcosa al lettore. Sono convinto che in molti provino, in pochi riescano.
Dunque partivo già prevenuto. In più, Maggie mi ha sempre colpito come persona. La conosco poco, ma ho sempre apprezzato quel raro dono del sorriso negli occhi, la percezione di avere davanti una donna che sa guardare il mondo con il dono della meraviglia.
E, dunque, se non mi fosse piaciuto il libro, come criticarlo a una persona così?
Poi l’ho letto, ed è accaduto che non mi sia piaciuto. Di più.
Maggie ha il rarissimo dono di saper costruire in pochissime pagine perle che trasmettono il profumo della vita, che non si concludono lasciando il lettore a mani vuote, ma donano riflessioni che dalla mente scendono al cuore.
Maggie ha la capacità di narrare con leggerezza frammenti di vita. Sa attivare la ricchezza di immagini che ongi individuo ha dentro. E guarda caso scrive: immaginai di essere io il suo strumento e abbandonarmi alla sua bravura nel far risuonare la mia musica.
Non so dire quale sia stato il racconto più bello, posso rivelare quali mi abbiano colpito di più.
Il primo è Crescere. Sono parole di un figlio a una madre, ha il sapore di una lettera di addio, eppure sono pensieri di un quasi nato prima della sua nascita. La sola separazione è dall’essere simbiotici al diventare due esseri con respiri diversi. Ho visto la congiunzione tra la vita e la morte.
L’ho fatto leggere a una persona cara che ha perso la madre e ancora ne piange la perdita. Le sue lacrime miste ai sorrisi mi hanno confermato tutte le sensazioni che il racconto mi aveva donato.
L’altro racconto è Pensieri circolari. Qui Maggie sceglie il contesto della stazione Termini per seguire i pensieri degli astanti, l’uno chiama l’altro, fino ad arrivare a lei e a un bellissimo saluto che chiude il libro (Osservo e percepisco questa realtà, come un fluire di pensieri comuni, collegati, in continua perenne evoluzione(…) Salgo. Si parte. E’ ora di tornare a casa. Arrivederci Roma. Sono arrivata a Termini, o scusate… al termine). Ho riconosciuto anche una persona tra esse, che spesso si vede a Termini perché ha fatto della stazione la sua casa. Avrebbe potuto agganciarsi ad altri mille pensieri, non mi sarei stancato di seguire con lei la ricchezza dell’uomo.
Il flusso di pensiero è lo stesso che si ritrova nel libro, dove l’unico fil rouge che lega una narrazione e l’altra è la capacità di Maggie di fissare un frammento, incastonarlo in una prospettiva di luce e fartene dono, arricchendolo spesso con metafore davvero gradevoli.
Cosa criticarle? Se volessimo cercare il pelo nell’uovo, i dialoghi un po’ monotoni nel primo racconto, che richiama un po’ il Dorian Grey di Wilde (Per sempre) o ancora il racconto Io (le) lei (la), che non ho compreso.
Per il resto non ho null’altro da criticarle, ho solo una voglia da confessarle. Leggere un suo romanzo. Quasi ogni volta che iniziavo un suo racconto, mi ritrovavo a pensare che era bello ciò che leggevo, e che mi sarebbe piaciuto che l’intero libro susseguisse quella storia.
Labirinti è consigliato perché sa donare arte, e l’arte sa rinarrare ciò che il lettore ha dentro e ciò che è attorno a noi, in una luce nuova.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA CUSTODE DI MIA SORELLA, J. PICOULT

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo La custode di mia sorella, di Jodi Picoult; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Chiunque tu sia, c’è sempre una parte di te che desidera essere qualcun altro e quando, per un millesimo di secondo, il desiderio si realizza, è un miracolo.

Ultimamente, leggo storie di donne forti e allo stesso tempo fragili in cui finisco per essere fatta a pezzi, in pezzi così piccoli che non rimane abbastanza, di me, per rimettermi insieme.
Una vocina nella mia testa dice che l’intensità di un emozione non può essere misurata in alcun modo se non la si riconosce nella sua natura. Probabilmente è quello che faccio io, ogniqualvolta leggo romanzi di questo tipo. Mi lascio cullare dalla corrente del sentimento, confondendo la realtà con la fantasia scambiando qualche volta ciò che mi circonda realmente e quello che accade nella mia testa. Perciò, quando ho letto di Anna, di sua sorella e dei ricordi del passato – detriti trascurati di una vita lontana – ho richiuso il romanzo in una finestra virtuale, mi sono seduta alla scrivania e, con la mano appoggiata sulla fronte, ho cominciato a pensare: quello che faccio sempre, ogniqualvolta la melodia sprigionata dalle parole è troppo solenne. Così penetrante, per non colmare il nostro cuore di una dolce litania.
Una famiglia come tante altre stava lentamente per perdere l’equilibrio. La pace. La serenità. Anime dannate, peccaminose, che camminano sul sentiero della vita come se non avessero ragione alcuna di vagabondare nell’immensità di questo cosmo. Ognuno diretti verso una strada senza uscita, un tunnel in cui è impossibile scorgerne la luce, guidati dalla voce carezzevole di un adolescente che, quando vede la sorella Kate lentamente avanzare verso un abisso lungo in cui non si riesce a scorgerne il fondo, vorrebbe donargli la vita. Aprire una porta sulla sua anima ed entrarci dentro.
La custode di mia sorella è stato quel romanzo che, rinchiuso in una finestra luminosa dall’aria vaporosa, ha sedotto e rovinato il mio animo, trasportandomi dalla corrente sinuosa del tempo.
E’ stato incredibile come, in un paese straniero in cui non si conoscono gli abitanti, in un turbine di sogni e desideri, si sono intrecciate e sovrapposte le azioni di pedine ignare di un disegno che sfugge alla mia comprensione. Contrite per aver negato la vita e tutto ciò che ne consegue, rimpianti che dilaniano la loro anima di ciò che avrebbero potuto fare o ciò che avrebbero potuto essere, negando la realtà fino a rimanere completamente soli. Incompresi… Per quanto tempo abbiano cercato di rimediare agli errori del passato, per quante cose abbiano fatto per ripristinare il loro universo personale, circondati da una cappa di silenzio, intessuto da pesanti perle su conversazioni troppo delicate.
Mi considero un’inguaribile romantica e, immergermi in storie d’amore o d’affetti che fortificano ma distruggono, leggerle con gli occhi colmi di lacrime, viverle con coraggio, speranza e fiducia, mi ha sempre permesso di scorgere, anche se in minima parte, scorci di serenità. Racconti in cui il silenzio si prolunga per quasi tutta la durata del romanzo e che, nonostante il tema trattato, appassionano, emozionano, sconcertano, inducendoci a far tesoro di quel poco che abbiamo.
Esposta ai venti lenti e noiosi della vita, come mezzo di allontanamento dalla routine, dal tempo, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura, Jodie Picoult ha composto una melodia che strazia il cuore, annienta lo spirito, induce a provare quell’emozione indefinibile che prende quando leggo storie strazianti come queste.
E’ possibile che, in un momento sconosciuto della sua vita, abbiano preso il sopravvento e, rimanendo lì, ai bordi della sua anima, si mossero agili e decise, come creature sensibili che vivono di vita propria trasmettendo emozioni indecifrabili. Perlomeno questo è quello cui riesco a definirle, quando penso alla genesi del romanzo. Quando m’imbatto in storie che mi fanno sentire strana. Combattuta. In balia di sensazioni particolari che nemmeno io riesco ancora a spiegarmi.
La custode di mia sorella è un grido colmo di speranza lanciato ai piedi di una montagna, un piccolo colibrì che svolazza ma non riesce a spiccare il volo, una dolcezza velata di tristezza e sconforto che va a cercare sentimenti nascosti nel più intimo dell’essere, che si credevano perduti. Questa è la storia di Anna, detta Andromeda, raffigurata come una principessa con le braccia distese e le mani incatenate. Questa è la storia di Kate che, se non gli fosse stata diagnosticata la leucemia, avrebbe potuto condurre una vita normale come tutte le altre. Salire su un palco, mentre riceve un diploma di scuola superiore, o immaginarla alla festa dei suoi diciotto anni.
Due sorelle siamesi che sono state separate dalla nascita. Una ragazzina che forse non riuscirà a raggiungere l’età adulta. Una giovane donna che, per la prima volta in vita sua, non rispetta le regole. Sa che non vale la pena di lottare per qualcosa che è irraggiungibile e che, come una stella che brucia per migliaia di anni, consuma il proprio carburante così velocemente che si vede brillare a distanza. Ma, quando il carburante inizia a scarseggiare, muore, e tutti assistono alla sua fine.
In un mondo che brucia lentamente ai loro occhi, le cui immagini hanno il colore perlaceo delle lenzuola appena lavate, da cui fuggono con la speranza di poter catturare la gioia di vivere in sporadici momenti. Urlando dinanzi all’ignoto, lanciandosi all’assalto dei propri dolori, pur di illudersi di poter salvarsi. Liberi di scegliere il loro destino, esorcizzando le paure, gridando la loro voglia di esistere.
Io e la famiglia Fitzgerald ci siamo incontrati inconsapevolmente, scoprendoci ai confini di una realtà dura e ingiusta, in uno stato di disperazione morale privo di alcun ragionamento sensato. Come se animata da un sogno, non ho dato peso a quello che mi circondava, se non che lasciarmi sprofondare in questo spazio senza fondo. Condividendo il loro dolore come un modo per rafforzare la nostra unione; varcando la soglia di un appartamento dove non posso riconoscere nulla di mio ma in cui ho potuto inserirmi; circondandomi del loro calore e curandomi attraverso la speranza.

Ci sono cose che facciamo perché ci convinciamo che sarebbe meglio così per tutti. Ci raccontiamo che è la cosa giusta da fare; quella più altruistica. E’ molto più facile che dire a noi stessi la verità.

Un romanzo che affronta anfratti bui, paradossi dell’anima, scoprendosi in una moltitudine infinita. Una fiaba triste che parla di solitudine, sogni persi e ritrovati, del dolore per la perdita di una persona amata, che, concependo la drammaticità come qualcosa di talmente grande da risultare vistoso, o quantomeno rivelante, mi ha trasmesso un forte senso di malessere e sconforto che, volteggiando nell’aria come minuscoli granelli di polvere, inducono a provare una tristezza incurabile.

Una gioia è semplicemente una pietra sottoposta a un calore e una pressione enorme. Le cose straordinarie si nascondono sempre in posti in cui la gente non pensa mai di cercare.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: IL MONDO DE IL TRONO DI SPADE, C. POLI

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Il mondo de il trono di spade, di Chiara Poli; recensione di Sebastiano Cappello. Buona lettura!

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Salve lettori!
Oggi vi consiglio un libro più “soft” rispetto ai libri, di cui ho precedentemente parlato. Si tratta del libro scritto da Chiara Poli e si intitola “il mondo de il Trono di Spade” e come sottotitolo “Eroi, guerrieri e simboli dei Sette Regni”
Si tratta della prima guida alla lettura non autorizzata dell’opera di George Raymond Richard Martin “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” e della serie tv, che ne hanno trattato, “Game of Thrones”
Gli amanti dei romanzi e della serie tv non possono certo farsi scappare questa occasione ghiotta, perché in questo libro troverete di tutto.
Chiara Poli infatti ha scritto nient’altro che un’analisi dei romanzi e dei suoi personaggi (Jon Snow, Arya Stark, Tyrion Lannister, Daenerys Targaryen ecc…) e anche della serie tv della HBO; il tutto però senza SPOILER del quinto libro della saga e della quinta stagione. Unico limite, diciamo, per leggere questo libro è che bisogna aver letto i primi tre libri (quelli originali non divisi) della saga e aver visto le quattro stagioni; il libro infatti è uscito quando ancora la quinta serie doveva essere trasmessa.
Ma il libro non si ferma solo nell’analizzare la storia e i personaggi, ma si sofferma anche sul simbolismo contenuto nei libri e nella serie, le fonti, classiche e moderne, da cui Martin ha preso ispirazione, tutti i vari riferimenti letterari, culturali, artistici;K i simboli dei numeri, dei colori, dei vessilli delle casate ecc…
Capite che da questi punti di vista questo libro deve essere letto da tutti coloro che amano la saga, nata dalla penna e dalla fantasia (seppur a volte sadica) di Martin, e della serie tv tratta.
Personalmente io l’ho apprezzato molto, soprattutto il capitolo dedicato al simbolismo, alle varie fonti e riferimenti, e ripeto ve lo consiglio davvero tanto!
Per chi non sa chi sia Chiara Poli, sappiate che è una youtuber, nel suo canale parla di serie tv e questo non è il primo libro che ha scritto; ne ha scritti altri, sempre inerenti al campo delle serie tv (in questo momento non ricordo i titoli)
Concludo augurandovi buone letture e buona giornata; se avete letto questo libro cosa ne pensate? Se non lo avete letto lo comprerete e lo leggerete? Fatemi sapere!
Buona giornata! Alla prossima recensione! (scusate la brevità della recensione, ma non voglio rovinarvi la sorpresa!)

(Il mondo de il Trono di Spade – Eroi, guerrieri e simboli dei Sette Regni; Chiara Poli; Sperling&Kupfer, 256 pp.)

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: COSMOPOLIS, D. DE LILLO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Cosmopolis, di Don De Lillo; recensione di Massimo Colonna. Buona lettura!

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Molto visionario. Attraverso la complicatissima e concretissima vita di un miliardario, DeLillo ci manda il messaggio opposto. Non contano le tecnologie, la perfezione. La vita è anche l’immagine che vediamo di noi su una vetrina mentre passiamo.

“Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole”.

“Stai guardando un quadro alla parete. Tutto qui. Ma ti fa sentire vivo, nel mondo. Ti dice sì, tu ci sei. E sì, la tua sfera di esistenza è più ampia e piacevole di quanto immagini”.

Il protagonista è inghiottito in un mondo tutto suo, fatto di analisi di mercato, di azioni, di quotazioni, di yen e di dollari. Il tutto da controllare spasmodicamente dall’interno della sua limousine. Mentre fuori succede di tutto. Per le strade la gente protesta e si uccide per un mondo che non va.
Visionaria anche questa immagine: lui controlla tutto dall’interno della sua auto blindata, fuori invece si scatena il caos tra la povera gente. Un quadro famigliare, no?
Mentre attraversa la città per andarsi a tagliare i capelli, il protagonista piomba in un turbine di pensieri e situazioni, cucite perfettamente sulla società contemporanea. Anzi, il messaggio visionario qui è quasi premonitore, perché va oltre la contemporaneità. Guarda oltre. Agli anni che verranno.
La vita non è la perfezione tecnologica. E’ tutte quelle cose che assomigliano a quando passiamo accanto ad una vetrina e guardiamo la nostra immagine riflessa. Quel piccolo stupore che ci prende quando ci vediamo di sfuggita. E’ questo il messaggio visionario.

“Tante cose ormai andate, ecco chi era, il gusto perduto del latte succhiato dal seno materno, la roba che espelle quando starnutisce, questo è lui, e il modo in cui una persona si trasforma nel riflesso che vede passando accanto a una vetrina polverosa”.