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LIBEROLIBRO CONSIGLIA: TI AMO ANIMA MIA, NAJAA

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Ti amo anima mia, di Najaa; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

liberolibro macherio consiglia

La percezione di morire non si dimentica. Si insidia nelle vene per sempre e ti rende una persona diversa, consapevole che la morte è un rapidissimo secondo e che quello che la precede, se sai che sta per arrivare, è invece qualcosa di interminabile. Una dilaniante tortura.

Caro Visitatore,
Quello che ti presento oggi è Ti amo anima mia. Una storia di violenza, romanzo testimonianza di Najaa. Il tema centrale è la violenza di genere, che Najaa ha subito da colui che ha scambiato l’amore per sottomissione.
Ho conosciuto l’autrice un pomeriggio invernale, alla stazione Termini. Avevo appena letto e commentato un suo scritto e già parlavamo di Ti amo anima mia, della difficoltà a promuoverlo, giacché scritto sotto pseudonimo, per la paura che lui potesse scoprirlo, e tornasse a perseguitarla.
È una storia reale, che va a fondo nelle emozioni, diventa testimonianza utile alle donne incastrate in situazioni simili, nonché agli uomini, per comprendere la malattia dei loro simili. Sapevo che avrebbe fatto effetto vivere nella prima persona di Najaa la storia. Sapevo che ascoltare le sue emozioni mi avrebbe portato a bestemmiare il mio stesso sesso. Ma è ora di uscire dalle categorie che i media ci hanno insegnato. Donna e vittima e uomo e persecutore vanno dissociati come termini. Esistono gli uomini e i persecutori, ed esistono le vittime che hanno il diritto di tornare ad essere donne.
Najaa usa per lo più frasi brevi come in un continuo affanno, che diventano dolorosa e malinconica poesia in prosa. Entro in lei come lettore, sento il dolore delle botte e vedo la sua vista annebbiata.
Sognare sulle oscurità del mare è magnifico, ma queste ombre sono esattamente i timori che ho dentro.
Najaa descrive il suo matrimonio squallido e costretto col ricatto dell’amore, fa sentire la solitudine al lettore. Si nota che è una storia reale, le emozioni trapassano la carta e piombano nel cuore.
Quello che è riportato è un amore borderline, che passa dalla tenerezza a varie sfumature di violenza. E per tutta la lettura mi sono chiesto: perché? Perché si accetta tutto questo?
La gola diventa secca per la solitudine e se ne prova tanta leggendo questo libro. Con un susseguirsi di indicative Najaa costruisce mattoni di solitudine attorno al lettore.
E ciò la rende un’ottima testimonianza, anche se avrei lodato maggiormente uno stesso effetto ottenuto con frasi più complesse nella loro costruzione. Qualche subordinata in più non guastava, e l’uso di continue indicative è sì funzionale al libro, ma è anche lo stile tipico di Najaa, a fronte di due suoi scritti letti, stile che spero complessifichi un poco, perché ha tutte le capacità per riuscirci.
Ciò che traspare è un amore infantile, nel senso di inconsapevole, che si annulla per l’altro, come il bambino si annullerebbe per i suoi genitori. Va specificato che il persecutore, Sajmir, è albanese, ma l’autrice è attenta a far passare il messaggio che la cultura è solo in parte la causa della violenza. C’è un male, un vuoto disagiato più profondo, responsabile della violenza e dell’accettazione della stessa, che accomuna più culture. Accomuna anche gli italiani, che a confronto agiscono in modo più subdolo, meno evidente, con più violenza psicologica, profonda, invisibile a terzi. E quando si passa a quella fisica, spesso, è già troppo tardi.
Ma l’autrice ha allargato questo aspetto, si è scagliata non contro l’albanese, non contro l’uomo. Si è scagliata contro la violenza.
So che se lo evito la sua violenza si ingigantisce e l’impulso irragionevole diventa troppo pericoloso.
Appaiono poi delle forze dell’ordine che normalizzano il terrore di Najaa. Mi verrebbe da chiedere se ancora si tenda a normalizzare o se sia cambiato qualcosa, da quando la violenza è di moda mediaticamente…
Denunciare un amore crea un conflitto senza eguali, scrive Najaa. Un conflitto che sarebbe bene non porsi più, sradicando la violenza alle radici: insegnando alle nuove generazioni empatia e rispetto, la socioaffettività, per essere uomini e donne realmente liberi di amare, rispetto ai loro padri e ai loro fratelli e sorelle maggiori.
Consigliato, per comprendere.
Da promuovere per far comprendere.
Sinossi:
Una storia d’amore finita male, tra un ragazzo e una ragazza. Dall’incontro di Najaa con Sajmir, che sembra essere l’uomo più importante della sua vita, all’innamoramento più assoluto, al matrimonio e ai successivi problemi di gelosie e convivenza. Una lotta estrema tra amore e violenza, fino al momento della verità, quando Najaa apre gli occhi e si accorge della realtà. Da questo momento inizia la storia fatta di violenza che prosegue con la rottura del rapporto, la persecuzione dell’uomo nei confronti di lei e la definitiva separazione legale.

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LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’ISOLA DEI FIORI DI CAPPERO, V. FAENZA

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’isola dei fiori di cappero, di Vito Faenza; recensione di Elisa Barchetta. Buona lettura!

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Anna è solo una tredicenne ma è la più bella del paese e questo basta al figlio del Boss del clan locale per decidere che quella ragazza deve essere sua. Per lei invece, quella è soltanto la prima cotta di una ragazzina, attratta più dalle attenzioni di questo ragazzo appena maggiorenne e dallo status sociale che il frequentarlo le permette di avere rispetto alle coetanee. Questa storia la fa sentire grande e importante anche se lei intuisce perfettamente che l’amore, quello vero, è un’altra cosa; qualcosa che non ha bisogno di pensieri costosi, sfarzo e dimostrazioni di potere. Anche i genitori di Anna non condividono la decisione della figlia e le fanno capire, con modi molto diversi, che quel ragazzo proprio non va bene. Anna decide perciò di interrompere questa storia ma viene minacciata da lui con una pistola e comprende così di essere solo un oggetto, qualcosa da possedere, perché lui “la considerava una sua proprietà, una cosa di cui solo Luipoteva disporre e decidere quando disfarsi. Voleva essere il padrone della più bella, il resto non contava”. Un giorno nel villino accanto al suo si stabilisce con la sua famiglia Giovanni, un ragazzo molto carino e completamente diverso dal figlio del Boss, e così Anna, senza saperlo, inizia a scoprire l’amore.
“L’isola dei fiori di cappero” è una piccola perla, un romanzo breve ma intenso, capace di suscitare una tale tenerezza e dolcezza per una storia d’amore che nasce tra due ragazzi e che, fra mille difficoltà, cresce tra un uomo e una donna; ma è anche un libro in grado di generare rabbia e sconcerto per la realtà di un paese che vive schiacciato dalla presenza costante della camorra, un paese nel quale tutti sanno ma nessuno si ribella e chi lo fa apertamente spesso finisce vittima della lupara bianca. Nel suo romanzo l’autore, Vito Faenza, racconta in modo semplice e diretto il significato che assume per una donna il diventare “donna di camorra” anche contro la propria volontà; ma anche il senso di vivere, più in generale, in un territorio controllato dalla criminalità. Essere donna di camorra significa subire l’umiliazione di una visita medica da un ginecologo affinché il camorrista si assicuri che la sua donna si sia conservata, significa non fare mostra di sé in alcun modo se non per sostenere il proprio uomo in termini di potere davanti agli altri – come per la passeggiata nel paese una volta usciti dal carcere, in cui chi viene rimesso in libertà è accolto dalla popolazione come un perseguitato – significa che non esistono manifestazioni d’amore in pubblico ma solo dichiarazioni di possesso, significa non avere la possibilità di decidere nulla, nemmeno per quanto concerne il proprio matrimonio, significa che “gli affari sono roba da uomini, le donne non devono metterci bocca. O sono femmine da letto o sono madri, mogli, sorelle o figlie. Le prime puttane. Le seconde serve silenziose”…significa che la camorra può rubarti tutto, anche i sogni. Ma ci sono anche donne di camorra per cui un collaboratore di giustizia è solo un “maiale” e il proprio uomo affiliato a un clan è in realtà un bravo ragazzo, donne per cui “infame” è un pentito, “infami” i carabinieri che effettuano gli arresti e “infami” i giudici che devono celebrare un processo; sono donne che si sentono importanti se insultano i giornalisti, convinte di aver compiuto grandi imprese. Sono donne per cui anche un prete “non è un vero prete” se si scaglia apertamente contro comportamenti malavitosi. Questa è la realtà delle donne di camorra, che l’autore svela nel suo romanzo in modo semplice e diretto, una realtà di sottomissione ma, talvolta, anche di profondo disagio nel quale anche un atto importante, coinvolgente e splendido come il fare l’amore diventa un qualcosa di sbrigativo e un’umiliazione subita, un dolore così forte da lavare via sotto il getto purificatore della doccia.
Nel suo libro, tuttavia, l’autore intende far comprendere al lettore quali sono anzitutto le modalità con cui opera la camorra nei suoi territori e quali sono i meccanismi che decretano il potere o la perdita dello stesso da parte dei clan. Soprattutto, grazie alla sua conoscenza del fenomeno, è parte del suo intento far capire cosa significa ancora oggi vivere in un contesto totalmente condizionato dalla presenza della camorra, in alcuni territori del Paese ma, più in generale, convivere con la malavita in qualunque zona del Paese. Faenza descrive molto bene la paura di trovarsi senza difese di fronte alle imposizioni o alle minacce dei clan, la difficoltà di opporre resistenza quando devi convivere con questo male; al punto che talvolta è più coraggioso decidere di andarsene piuttosto che restare e arrendersi a una vita apparentemente tranquilla ma che richiede, in realtà, compromessi e una disperata accettazione della situazione. E’ con questi stati d’animo che spesso le persone che vivono in alcuni territori si schierano contro la criminalità organizzata, con la paura di possibili ritorsioni da parte dei clan. In modo altrettanto chiaro e semplice Faenza descrive le modalità con cui i poteri forti come la politica, la Chiesa o in certi casi la stessa magistratura si relazionano con i clan camorristi. Uno degli esempi più eclatanti, che abbiamo spesso sotto gli occhi, è quello della politica la quale, alternativamente, non nega l’esistenza della camorra e anzi si dichiara sempre pronta a combatterla vantando il proprio impegno in tal senso e prodigandosi in elogi ai magistrati e alle forze dell’ordine; quando tuttavia la politica viene toccata direttamente da indagini relative alla malavita allora queste diventano pretestuose e fallaci, la giustizia diventa una giustizia a orologeria che vuole solo infamare bravi politici e i giudici sono tutti “toghe rosse” o magistrati politicizzati. E’ da sottolineare poi che spesso i boss dei clan vengono eliminati in accordo con gli stessi uomini politici, poiché risultano talvolta più utili così a chi sostiene di combattere la criminalità organizzata. Da questa sorta di circolo vizioso non si salvano certamente tutti i giornali, infatti alcune testate talvolta tendono ad assolvere i parlamentari e a contestare la magistratura perché certi esponenti della stampa sono corrotti o favorevoli ai clan. E non è esente nemmeno parte della magistratura nelle zone in cui la camorra è radicata, in alcuni casi è infatti corrotta per condizionare gli esiti dei processi e in parte, invece, impone alle forze dell’ordine di ignorare la presenza di uomini politici collusi con i clan se presenti al momento degli arresti. Non ultima, anche la Chiesa ha le sue responsabilità. Poiché se ci sono quei preti scomodi che pongono in essere attività di vario genere per togliere i giovani dalla strada ed evitare così che diventino manovalanza criminale a basso costo, preti che si espongono in prima linea e hanno il coraggio di denunciare i delinquenti durante le omelie in chiesa e sono spesso quelli che, purtroppo, finiscono sui giornali nelle notizie di cronaca nera, uccisi per la loro fermezza nel lottare contro la camorra e i politici corrotti; sono quei preti che non vengono lasciati in pace dalla malavita nemmeno dopo la morte, perché è proprio quello il momento in cui inizia l’opera di denigrazione mirata a intaccare la loro integrità e moralità presso l’opinione pubblica e da questo lato la Chiesa preferisce continuare a non interessarsi di quanto accade, come Mizaru, Kikazaru e Iwazaru, le tre scimmie sagge “non vedo, non sento e non parlo”.
In alcuni casi, anche se ancora troppo pochi, è possibile che magistratura, politica, giornalismo e forze dell’ordine lavorino insieme e qualche esponente importante non soltanto della camorra ma della stessa politica o magistratura corrotta venga quantomeno indagato o ne vengano chieste le dimissioni. Si tratta purtroppo ancora di pochi casi rispetto all’emergenza che è tutt’ora presente nel nostro Paese. Con il suo libro, Vito Faenza vuol pertanto far riflettere i ragazzi che vivono immersi in contesti dove la camorra è fortemente presente e gli altri che invece pensano si tratti di un fenomeno lontano…ma con questo breve romanzo invita a riflettere anche gli adulti, che hanno o dovrebbero avere gli occhi bene aperti su questi aspetti del Paese, aspetti che non riguardano solo alcune zone del nostro territorio ma che ci riguardano tutti, da vicino. Ognuno di noi dovrebbe essere come “i fiori di cappero, che sembra[va]no orchidee…La pianta cresce abbarbicata sui muri, sulle rocce, resta attaccata alle rupi resistendo al caldo torrido…” e noi, come queste piante, dobbiamo crescere e tenere duro di fronte a queste sfide per cercare di avere un Paese migliore per noi stessi e per quelli che verranno dopo di noi.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: IL FU MATTIA PASCAL, L. PIRANDELLO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Il Fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello; recensione di Caterina Armentano. Buona lettura!

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Il romanzo è scritto in prima persona: è lo stesso Mattia a raccontare la sua avventura quando questa è terminata. È una sorta di raccolta di lettere postume, scritte in ordine di urgenza, seguendo il flusso interiore del protagonista, più che lo spazio temporale. I personaggi sono molti, ben delineati e capita che dalla storia principale si intersecano e prendono vita altre storie.  Quando il corpo senza vita di un uomo viene trovato e scambiato con quello di Mattia, quest’ultimo muore come persona e nasce come personaggio. L’uomo va alla ricerca di una nuova identità, viaggia, cerca nuove emozioni, nuove avventure ma non è disposto a mentire, nonostante si sia creato una “realtà alternativa” nella sua mente, falsi ricordi per rendere la sua vita credibile. Mattia è un anti – eroe. Non aspettatevi un uomo risoluto e determinato. È un uomo confuso, che si interroga sulla vita e sulle sue scelte, incapace di fare il “salto di qualità”. Si sente persino in colpa per quell’estraneo che giace in una tomba che porta scolpito il suo nome. È un uomo, Mattia, che con quell’occhio strabico, che non lo rende certo bello e affascinante, ha una visione diversa della vita. Quell’occhio va “per i fatti suoi”, in cerca di una rotta che non sia quella dettata dalla società, dalle convenzioni, dalle ipocrisie.
Il tema centrale è l’identità: chi è Mattia? Esiste ancora anche quando diventa Adriano Meis? È in vita nonostante la fittizia morte o è un morto – in vita? Ma la tematica si espande e fluisce anche verso altro: dove termina la verità e inizia la finzione? La relatività del giudizio umano, l’impossibilità di pervenire a una verità univoca?.
Mattia implode ed esplode durante il suo percorso esistenziale, peccato che non riesca a riscattarsi come fanno gli eroi e i temerari ma, il bello di questo romanzo è proprio questo, la genuinità, la realtà dei fatti. Le motivazioni che spingono Mattia ad andarsene dal suo paese, a scappare dalla sua famiglia e tutto ciò che lo spinge al ritorno è plausibile, persino banale direi perché appartiene al quotidiano, è di facile immedesimazione.
Consiglio vivissimamente di leggerlo e, per chi si avventura nella lettura di Pirandello per la prima volta, sarebbe più congeniale farlo con questo romanzo dove la tematica filosofica viene trattata con più “leggerezza”, meno schematica di “Uno, Nessuno e Centomila” e in più il romanzo non ha tracce di elementi del Naturalismo o del Verismo, come i primi due (L’esclusa, Il Turno). Eh! Ultima cosa: nel romanzo sono sparsi (non a casaccio, per carità!) degli elementi molto importanti ( come l’occhio strabico di Mattia, le sedute spiritiche, il desiderio di adottare un cane!) che nascondono significati molto più profondi… a voi la caccia…

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: IL CONTE DI MONTECRISTO, A. DUMAS

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Il Conte di Montecristo, di Alexandre Dumas; recensione di Sebastiano Cappello. Buona lettura!

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Oggi voglio parlare di un classico della letteratura mondiale e che, grazie a una vicenda avveturosa e a personaggi ben caratterizzati, è diventato il mio classico preferito in assoluto. Sto parlando de “il conte di Montecristo”, scritto da Alexandre Dumas.
Sento già le vostre voci dire: “Oddio ma è un mattonazzo!” “Non ce la farò mai a leggerlo!” “Ma non è noioso e troppo lungo questo libro?” , ma io sono qui pronto a smontare tutti i vostri pregiudizi, perché questo libro è tutt’altro che noioso, tutt’altro che banale.
Andiamo per ordine, di cosa parla esattamente questo libro? Parla di un uomo, Edmond Dantés che, per uno scherzo del destino e per volere di quattro loschi uomini (Danglars, Caderousse, Fernand e Villefort) , si troverà prigioniero al castello d’If con la sua vita praticamente rovinata per sempre, ma durante i lunghi anni di prigionia conoscerà un grandissimo personaggio, l’abate Faria, che gli insegnerà tantissime cose e lo renderà un uomo di cultura. Dopo quattordici anni Dantés riuscirà a scappare e da quel momento diventerà un uomo diverso: il conte di Montecristo, e sotto queste false vesti si vendicherà degli uomini che gli hanno rovinato la vita.
Da qui potete capire subito che ciò che vi si presenta è una vicenda avventurosissima, vi troverete a tifare per Dantés, anche quando farà azioni, che a livello umano sono difficili da comprendere; vi troverete di fronte a tantissimi personaggi; ognuno descritto molto bene , con una propria personalità e fisicità.
Il conte di Montecristo è un romanzo che parla della vita, dei suoi lati positivi e negativi; in questo libro vi è davvero di tutto: amore, odio, amicizia, lealtà, tradimento, intrighi, potere, sete di potere, vendetta, ricchezza, povertà ecc… ecc…
Per quanto mi riguarda, io posso dire di aver amato questo romanzo dalla prima all’ultima pagina, ho apprezzato molto l’intreccio della vicenda, le parti migliori a mio avviso sono quella del castello d’If e la vasta seconda parte, dove viene meditata, per poi essere attuata, la vendetta; ho apprezzato i numerosissimi personaggi, sia buoni che cattivi e qui posso dire che questo libro mi ha sorpreso, l’ho trovato geniale, originale per i tempi in cui fu scritto, mi ha fatto riflettere tantissimo sulla complessità della vita e certe parti le ho trovate davvero molto poetiche; mentre leggevo, avevo la sensazione di assistere alle scene del libro: di essere insieme a Dantés, che attuava la sua vendetta; di assistere impotente alle conseguenze della vendetta e di emozionarmi di fronte all’amore sbocciato e contrastato tra due personaggi.
Questo libro mi è proprio entrato nel cuore e io vi invito caldamente a leggere questo libro, a dargli almeno una possibilità, lasciate che Dumas tenti di sorprendervi e di conficcarvi l’anima e il cuore; superate la paura della mole di questo romanzo, perché se vi entrerà dentro, non sentirete per nulla l’ingente numero delle pagine.
Spero di avervi suscitato un certo interesse con questa mia profonda e umile opinione su questo libro, che un giorno riprenderò in mano per rileggerlo e magari scoprire dettagli che mi erano sfuggiti, perché ragazzi i libri, soprattutto i classici, hanno questa magia di non rivelarsi completamente e di avere sempre un angolino nascosto.

(Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas; Einaudi;1232 pagine; € 32,00; traduzione di Margherita Botto)

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: SonderKommando Auschwitz di Shlomo Venezia

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo SonderKommando Auschwitz, di Shlomo Venezia; recensione di Elisa Barchetta. Buona lettura!

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Un libro della Memoria per la memoria; forse questa sarebbe la frase più adatta se si volesse riassumere in poche parole un testo così fondamentale come quello che rappresenta la testimonianza unica e toccante che Shlomo Venezia, ebreo di origine italiana nato a Salonicco nel 1923 e morto a Roma nel 2012, ci ha lasciato.
E’ difficile recensire un libro simile, e un libro che racconta la vita nei Lager e nel SonderKommando non può essere sintetizzata in poche parole; il rischio che si corre è di banalizzare e svuotare di senso un’esistenza. Allo stesso tempo però non si può prescindere dalla lettura di un libro così necessario, che tutti dovrebbero conoscere per sapere cosa accadeva davvero nell’area delle camere a gas e dei forni crematori.
Si potrebbe obiettare che ormai certi fatti sono noti, che sono stati girati molti film e documentari sulle barbarie naziste nei Lager, che di libri ce ne sono molti in circolazione e che forse uno vale l’altro. Ma se così fosse allora le tante posizioni negazioniste non dovrebbero più esistere e le testimonianze come quella di Shlomo Venezia non sarebbero più necessarie.
L’uomo però tende purtroppo a dimenticare, a non imparare dalla storia e a mettere qualunque cosa in discussione: per questo libri come SonderKommando Auschwitz sono ancora così imprescindibili, perché nessuno potrà mai raccontare il Lager come chi lo ha vissuto sulla propria pelle e nella propria anima; soprattutto quando quella stessa persona viene poi a mancare. Ecco allora che, in assenza della sua voce che narra l’incubo vissuto e portato dentro in silenzio per decenni, questo libro emerge ancor più con tutta la sua forza e la sua tragicità.
Il SonderKommando era infatti un “Comando Speciale” formato, per volere delle SS, dagli stessi ebrei imprigionati nei campi di sterminio nazisti; al quale era affidato il compito di “lavorare” nel Crematorio.
Ciascun Crematorio era costituito da un fabbricato con uno spogliatoio, una camera a gas e diversi forni in cui venivano bruciati i cadaveri delle persone uccise dal gas. Per ogni Crematorio c’era un SonderKommando.
Ad Auschwitz-Birkenau c’erano quattro Crematori e per ciascuno di essi un SonderKommando.
Il “lavoro” nel SonderKommando era probabilmente il più atroce che i nazisti potessero ideare per gli ebrei imprigionati, non soltanto perché i suoi membri erano costretti ad accompagnare gli ebrei che non avevano superato la “selezione” alle camere a gas, ma anche perché a loro spettava il compito di aiutare le SS nel momento in cui dovevano versare lo Zyklon B per gassare le persone rinchiuse nella camera, ascoltarne le urla e i pianti mentre morivano, svuotare la stessa camera dei corpi ammassati e senza vita in mezzo al sangue e ai liquidi persi dalle vittime mentre venivano soffocate dal gas e sentivano la vita abbandonarle lentamente gridando per dieci-dodici minuti cercando di respirare.
Una volta estratti tutti i cadaveri i membri del SonderKommando dovevano poi pulire la camera a gas affinché nessuno degli altri prigionieri si accorgesse di ciò che realmente avveniva in quella stanza. Nel frattempo altri membri del “Comando Speciale” avevano il compito di tagliare i capelli alle donne e riporli in un sacco e altri estraevano i denti d’oro dai cadaveri. Alla fine questi corpi venivano caricati su un montacarichi e mandati al piano superiore del Crematorio, dove si trovavano i forni, per essere bruciati.
Come può un compito simile non segnare profondamente un uomo?
Ed è infatti proprio lo stesso Shlomo Venezia ad affermare che “non si esce mai dal Crematorio”; una frase che fa ben comprendere quanto perverso sia stato il progetto nazista che ha creato i Lager e le squadre speciali dei SonderKommandos, obbligando gli stessi ebrei prigionieri – già vittime – a svolgere compiti atroci e impensabili che avvicinano la vittima, involontariamente, al carnefice.
E’ stato il modo scelto dai nazisti per distruggere l’umanità dei prigionieri, costringendoli ad azioni che li avrebbero segnati per sempre se fossero sopravvissuti ai campi, ma che comunque hanno certamente segnato la vita anche di chi purtroppo, per citare in qualche modo i Nomadi, è “passato per il camino e adesso si trova nel vento”.
In questo modo i nazisti hanno trasferito in gran parte sui prigionieri il peso dell’omicidio di conoscenti, amici, donne, anziani, bambini riempiendo di sensi di colpa l’anima di queste persone e rendendole, di fatto, incapaci di continuare ad accettarsi come esseri umani.
Per chi è sopravvissuto ai campi di sterminio è questa la ferita più profonda, quella che Primo Levi definì la “malattia dei sopravvissuti” per cui ogni ricordo rappresenta una sofferenza enorme che non abbandona mai e ogni attimo di gioia porta con sé un’indicibile disperazione.
Non è possibile, di fronte a questa testimonianza, non porsi molte domande e non riflettere su quanto accaduto e quanto accade ancora oggi, magari in altre forme, ma che dimostrano quanta strada abbia ancora da fare l’uomo per potersi definire veramente”civile”. Domande che possono essere ben riassunte in modo semplice dai versi de “La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)” dei Nomadi:

“Io chiedo come può l’uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone
Ancora non è contenta
Di sangue la bestia umana
E ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà…”

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: SE QUESTO E’ UN UOMO, P. LEVI

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Se questo è un uomo, di Primo Levi; recensione di Caterina Armentano. Buona lettura!

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Mi sono approcciata a questo romanzo convinta di averne letti altri mille: racconti e film, ero caduta nell’errore di credere di avere abbastanza informazioni riguardando lo sterminio degli ebrei, Primo Levi mi ha denudata di qualsiasi certezza, mi ha lasciata sola in balia delle intemperie e della fame, sferzata da insicurezze e da un senso di disagio, angoscia e paura, sì! Paura da farmi sentire piccola, sola e inerme e soprattutto di aver toccato il fondo, un declino da cui riemergere che diventa scalata faticosa in cui ci si scorticate le unghia delle mani e dei piedi.

L’orrore dei lager l’abbiamo “visto” tutti, attraverso documentari, film, foto e attraverso  “la voce dei libri” ma non ne conoscevamo, almeno io, le gerarchie, le regole. I perseguitati diventano persecutori: i Kapos, ossia gli ebrei e non, criminali con il ruolo di aguzzini. Sono loro a picchiare, seviziare, distruggere. Le SS raramente “si sporcano le mani”, sono entità, come semi – dei distruttori che compaiono per decidere chi finirà nel forno a crematoio.  Gli Haftlinge, sono gli ebrei comuni, coloro i quali arrancano per vivere, che si vedono sottratto tutto, soprattutto la dignità e la condizione di essere umano. I lager non sono solo campi di sterminio ma sono campi punitivi che piegano l’essere umano a condizione animale, riducendoli a larve, che vivono dei propri escrementi.

È un documento duro, crudo, spinoso, che ferisce. “Se questo è un uomo” non condanna nessuno, non punta il dito, non cerca vendetta ma si assume il dovere di raccontare, di dire la verità con taglio asciutto e scientifico, in un impeto di urgenza, con il desiderio che nessuno dimentichi o che dica che ciò che viene narrato sia falso, corrotto dalla bugia o dall’invenzione di un invasato.

Il freddo, la fame, la necessità di dormire, il desiderio di ritrovarsi al sicuro, il duro lavoro, le botte, solo leggendo si può capire cosa sia la lotta quotidiana contro il clima, contro un mostro che sorprende l’uomo da fuori e dentro, che lo circuisce piegandolo a un ruolo da subordinato.

Leggendo “Se questo è un uomo” si capiscono cose inconcepibili, che la mente umana non riesce a formulare, da cui rifugge, orrori che la psiche nega con il timore di conoscere il più grande degli orrori: la sofferenza allo stato brado, la sottomissione del corpo e dell’anima, l’incapacità di sperare, di credere di potercela fare.
Cos’è la vita senza speranza? Cos’è la vita senza ribellione e senza desiderio di rivalsa? Nulla, un cammino senza passi. Uomini che circuiscono altri uomini, solidarietà annientata, uomo contro uomo.
Mi ha lasciata interdetta, inerme, piena di vergogna il senso di pudore, di inferiorità che Levi ha provato dinanzi a tre stupide oche, belle, sane, ben vestite che squadravano lui e i suoi amici come se fossero stati abomini, un senso di disagio esistenziale, motivazionale, che mi ha percossa e mi ha fatto capire cosa significa non avere un posto nel mondo. Lo sguardo degli altri ci dà uno spessore, la consistenza dell’esistenza. Dalla condizione di essere guardati e visti nasce la certezza del nostro essere qui e ora. L’alienazione emerge quando questo sguardo non vede noi ma qualcos’altro,  quando ci sottovalutano, quando ci disprezzano, quando non ci vedono affatto!

Non esiste il diritto di essere “guardati e visti” e per questo rispettati… se poi il progetto di una Nazione diventa quello di distruggere una cultura differente, l’essere guardati diventa fuoco e fiamme.

Per un tozzo di pane si diventa il “signorino” di uno dei Kapos, la necessità animale di consumare i propri istinti si fa strada anche in un luogo come il lager, dove si potrebbe pensare che fame e freddo annullino qualsiasi istinto primitivo e invece certe pulsioni spingono fuori comunque, in maniera selvaggia e animalesca.

Mi sono chiesta più volte come si possa sopravvivere a tutto questo, come ci si possa alzare al mattino consapevoli di dover essere mezzi per uccidere se stessi e il proprio simile… e come possano uomini di potere, progettare di distruggere altri essere umani, ucciderli nella maniera più barbara, portandoli all’esasperazione  facendoli temere, no la morte, ma il come si muore. Sbranati dai cani, fucilati alle spalle, picchiati a morte, fatti morire di fame e di freddo… La capacità della mente umana nel progettare il male è mille volte più temibile e orribile di qualsiasi film d’horror.

Avevo un’idea diversa del lager prima di leggere “Se questo è un uomo”, il lavoro forzato, gli orari scanditi, lavarsi in latrine sporche no per pulirsi (impossibile) ma per non perdere la dignità di essere umano che si occupa di se stesso e della propria igiene, il cibo: brodo annacquato e il paesaggio che potrebbe apparire un elemento banale in uno scenario da film d’horror, ma che nel contesto incide molto sulla psiche dell’uomo: solo grigio e cemento, neve e freddo. Il nulla, il vuoto per km e km…

Per chi ancora non l’avesse letto consiglio l’edizione pubblicata dopo il 1976 quando Levi aggiunse alla fine del romanzo una serie di risposte a delle domande che gli vennero poste più spesso di altre. Lì troverete davvero una testimonianza lucida e significativa del romanzo stesso e degli eventi.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: FARHENHEIT 451, R. BRADBURY

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Fahrenheit 451, di Ray Bradbury; recensione di Martina Volonté. Buona lettura!

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Se dovessi parlare di questa manciata di pagine, con fare altezzoso, direi che rientrano a pieno titolo nelle letture obbligatorie, di chiunque. Poi mi tornerebbe in mente che questo libro mi è sempre stato consigliato, ma che io, con il mio solito e cocciuto fare ribelle, ho sempre rifiutato di leggere.
Ma è stato un bene, sono sicura che non l’avrei apprezzato nel giusto modo.
Era questo il suo momento.

Fahrenheit 451 è uno di quei libri che ti aprono l’anima, ci guardano dentro e poi la richiudono, lasciando un baratro di perplessità e insicurezza.

Montag è un pompiere, ma non spegne gli incendi, li appicca. Più precisamente, brucia libri. Un giorno in lui si sveglia qualcosa, qualcosa che credeva assopito e inizia così la sua scoperta di un mondo nuovo, ormai dimenticato da (quasi) tutti, quello della letteratura.
In una società dominata dalla tecnologia, dove gli uomini sembrano semplici ospiti di passaggio, la sua infelicità si farà portavoce di un movimento molto più grande di lui.

La consapevolezza che questo tipo di fantascienza non è poi così impossibile, ti attorciglia le budella e ti fa pregare affinché l’umanità torni sulla retta via.
Chi mai vorrebbe vivere in un mondo dove le persone sembrano degli zombie dalle menti soggiogate e schiave della tecnologia, cieche e sorde nei confronti degli altri esseri umani; un mondo dove sono le pagine scritte ad avere un’anima e una storia, mentre le persone sono patetici burattini da sfoggiare su polverosi scaffali.

“Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare: si rischia di condannarsi all’infelicità permanente.”

Viene bandita la curiosità, il diritto di scoprire per conto proprio cosa sia vero e cosa sia sbagliato, di avere una propria opinione, di pensare con la propria testa.
Prendere in mano una penna è impensabile, ancora più di leggere tre righe.
Altri dicono e scelgono cosa sia meglio per te, o di cosa tu abbia realmente bisogno.
I libri sono un ricettacolo di germi, capaci di influenzare chiunque abbia voglia di farsi una cultura, sono il nemico da debellare.

Non solo la milizia, ma anche la gente non è più interessata alla cultura; si diverte, si è adagiata in un salotto troppo comodo, su una poltrona troppo convenzionale, risparmiando le batterie del cervello.
I personaggi in televisione sono parte della “famiglia” in costante “rapporto” con loro, impegnati in uno scambio unilaterale di emozioni e stati d’animo.

La scrittura di Bradbury è precisa, pulita e diretta; non si perde in mille vaneggiamenti, ma va subito al cuore del problema.
Dice esattamente quello che vorresti sentirti dire, con un tocco di amara sorpresa.
La sua opera è una silenziosa protesta alla stupidità umana che urla e riecheggia nel profondo del petto, esplodendo in mille coriandoli di agonia.

“Mia moglie dice che i libri non sono reali.”
“E Dio sia lodato per questo. Li si può almeno chiudere, dire: “Aspetta un momento”. Potete farne ciò che volete. Ma chi mai è riuscito a strapparsi dall’artiglio che v’imprigiona quando mettete piede nel salotto TV? … I libri possono esseri battuti con la ragione. Ma nonostante tutto quello che so e tutto il mio scetticismo, non sono mai stato capace di discutere con un’orchestra sinfonica di cento elementi, a tutto colore, tre dimensioni, parte integrale, costitutiva di questi incredibili salotti.”

(Fahrenheit 451, Ray Bradbury, oscar Mondadori, 180 pagine)

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: AVRO’ CURA DI TE, M. GRAMELLINI

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Avrò cura di te, di Massimo Gramellini; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

liberolibro macherio consiglia

Amarsi è l’opera d’arte di due architetti dilettanti di nome Io che, sbagliando e correggendosi a vicenda, imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva. Noi.

E’ terribilmente difficile restare impassibili a una storia profonda come questa, quando la luce che indica il cammino dei protagonisti è troppo luminosa persino per i nostri occhi deboli… E’ terribilmente difficile ignorare il brusio sommesso di una ragazza, che ha cercato nel matrimonio la sicurezza che aveva inseguito per tanti anni invano, fra le pareti di casa, in una lunga discesa di emozioni ingannevoli, quando scopri che è venuta al mondo non per strisciare a terra come un bruco, ma per tramutarsi in farfalla e spiccare il volo. In un mondo invisibile agli occhi, si guarda attorno nell’oscurità del suo animo, si aggira come una sagoma vibrante di luce, catapultandoci in una dimensione dove il cielo ha il colore degli oceani e le nuvole assomigliano a schiuma bianca infranta sugli scogli.
Gioconda ricorda il bruciore di una ferita non ancora rimarginata. Quel momento in cui decise di lasciarsi andare, mettere a tacere la sua voce interiore non per perdonarsi gli errori commessi in passato ma per accettarsi; così piccola, smarrita, terrorizzata, costretta a sbagliare. Come il primo segno di un nubifragio che si addensa inesorabilmente sul suo destino, tramando alle sue spalle e crescendo all’ombra della sua completa incoscienza, quella benedetta ignoranza che ci aveva fatto ritenere Giò un angelo biondo disceso in terra. Con un passato problematico alle spalle, una sfilza di sogni infranti con esperienze terribili.
In fin dei conti, è proprio questo il bello dell’essere umani: non riusciamo a riparare i danni inflitti alla nostra anima. Temiamo il passato, accettiamo la realtà come se rotolassimo un’ascia fra le mani, colpendo a caso tutto ciò che è della nostra portata. Rimaniamo soli, e non capiamo più niente.
Eppure, ogni cosa richiede tempo. A volte pensiamo che sia qualcosa destinato a durare in eterno, ma non è così. La vita è una continua tempesta di cambiamenti e, mentre noi affoghiamo nel dolore o nella disperazione, una catena di eventi tesse inevitabilmente il nostro personale destino. Ci riserva una serie di occasioni, opportunità che, se ignorati, potrebbero tramutarsi in rimpianti. E, pur quanto questa cosa sia terribilmente ingiusta, talvolta è un semplice contatto che ci fa ritrovare nella nostra solitudine. Fino al giorno in cui spireremo e leggiadre saliremo al cielo tra le avverse stelle.

Tu esisti davvero soltanto quando non pensi. Perché è quando smetti di pensare con la testa che cominci a sentire il cuore. E’ quella la tua identità.

Gioconda e Filemoné hanno scoperto questa magia confinandosi ognuno nel proprio spazio, come le orbite di due satelliti che s’incrociano per caso. Ritrovandosi nella loro solitudine, svuotando la mente facendo muovere la mano su un foglio bianco. Dopo tanto tempo trascorso nell’ombra, tornando alla luce, dando vita a una scrittura che sorprende così come i pensieri.
Un sudario di oppressione e smarrimento, che avvolge le loro fragili membra come una vestaglia troppo ingombrante, cominciò a diradarsi nel momento in cui poterono scorgere la luce in un mare di solitudine. Quando si connettero a un livello così intimo da esserne completamente travolti, spogliandosi e lasciandosi guardare completamenti nudi. Neutralizzandosi, confessando tutto con spontanea volontà sensazioni particolari che fanno vibrare il vuoto, mediante parole macchiate di tormenti neri come l’inchiostro. Non una scelta che sia stata dettata da qualcuno, piuttosto un modo
per aprire il cuore e tuffarsi con naturalezza. Come la pagina bianca di un diario riempita per evitare che la realtà ci sovrasti; come una confessione sussurrata dalla soglia della nostra insoddisfazione morale; come un tentativo di aprire il nostro cuore ad un amico, perché allora ci rendiamo conto di come l’ostacolo sia insormontabile.

Non esiste un modello unico di amori. Ci sono storie che nascono per lasciare segni concreti del loro passaggio e altre che servono solo a far vibrare le corde dei sogni.

Avrò cura di te è una canzone d’amore, un vano sforzo di un cuore fragile e infranto il cui ritmo e contenuto è così sensibile da incantare. Una lieve carezza che sfiora il viso e che conquista per la sua indubbia dolcezza. Una novella che splende forte e scalda i cuori di chiunque e che, limpida come il cielo ingombro dalle nubi, muta gli stati d’animi, donandogli una forma diversa.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: ANNA, C. DE LUCA

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Anna, di Cetta De Luca; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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Le donne scrutano, le donne vedono, le donne sanno.

Il libro che presento oggi è Anna, di Cetta De Luca, un’autrice che seguo e commento fin dagli esordi, capace di spaziare in più generi, di inventarsi e reinventarsi ad ogni nuova pubblicazione, così come nella vita.
Difficile trovare un fil rouge nei suoi romanzi, l’unico era la costante presenza di se stessa dentro i suoi libri, tratti della sua personalità affidati a personaggi diversi.
Simpaticamente, nel recensire Quella volta che sono morta, scrissi un invito da esorcista: Cetta, esci da questo libro!
Un’uscita compiuta con Anna, dove l’autrice scompare completamente dal romanzo e lascia una storia. Semplice e straordinaria.
Ambientato durante l’intera seconda guerra mondiale Anna si divide in tre sezioni : Anna, Della Guerra, Dell’amore. A far da sfondo un conflitto mondiale che busserà goffamente alla porta  lasciando Annina con un marito lontano e un figlio da crescere sola.
Da notare uno stile del parlato che ci rimanda all’epoca trattata e l’ormai nota capacità dell’autrice di costruire metafore d’effetto, nonché massime ben incastonate da segnare e ricordare.
Lascio al lettore la scoperta di questa piccola grande storia, l’ironia con cui i canoni di metà novecento vengono stravolti, nonché le vicissitudini della famiglia di Anna che fanno da contorno alla vicenda principale e il profumo affascinante di un paese del sud calabro.
Io voglio concentrarmi sulla figura di Anna, semplicemente complessa, innovativa. Una figura selvaggia, difficile da domare, a suo modo femminista e libera. Occorrerà molta fatica e abili stratagemmi perché Angelico riesca a farla innamorare di lui, dopo aver scoperto che non basta ottenere un matrimonio dai genitori per ottenere l’amore di una ragazza  (scoperte profonde in quegli anni!).
Quando Angelico partirà per la guerra, involontariamente volontario, Annina porterà per dieci anni avanti casa e famiglia, con una compostezza e una determinazione ammirevoli. Al marito lontano che le scrive lunghe lettere risponderà costantemente con poche righe, sempre uguali, che per lui assumeranno un valore simbolico importantissimo.
Dietro quelle righe c’è un animo che ribolle e che solo il mare riesce a contenere e placare. L’animo di una donna che si sente tradita e che chiede al suo uomo di essere tale, di saperla riconquistare, di convincerla a perdonare.
Scomparendo dietro le righe, l’autrice permette al lettore di innamorarsi di questa donna, di soffrire e gioire con lei, di chiedere con la protagonista ad Angelico di essere uomo.
Una piccola storia, che insegna tanto.
Una piccola nota critica alla casa editrice. Oltre alla necessità di rivedere il loro modo di impaginare il testo (specie i rientri di inizio paragrafo!) devono considerare che un libro senza la biografia di chi l’ha scritto è come un bambino orfano di genitore. Una delle informazioni più importanti per il lettore, dopo la sinossi, è proprio sapere chi è l’autore, rispondendo a una domanda inconscia: perché è la persona migliore per averlo scritto?
Io so perché Cetta è la persona migliore per aver scritto Anna, ma perché la conosco. Chi capiterà davanti al suo libro, se lo girerà tra le mani e noterà subito l’assenza. E spesso è proprio ciò che è assente a guidare maggiormente le nostre azioni.
Elementare, Watson! 😉

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: DAVID COPPERFIELD, C. DICKENS

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo David Copperfield, di Charles Dickens; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Il grande ricordo che segna quel tempo nella mia mente, sembra aver inghiottito tutte le memorie minori, ed esistere solo.

Ci sono moltissime passioni che rispondono nel modo più perfetto ad un determinato uomo. Divengono timone e vela della nostra anima navigante e spargono ovunque un pizzico di follia. Personalmente, se dovessi esprimermi per metafore, ho sempre considerato le passioni come una sorta di vertigine alla nostra ispirazione. Piccole venuzze che spuntano da una fessura di una roccia che continua a zampillare senza interruzione. Si accumulano lentamente nella cavità della nostra anima e, solo dopo, attingerne qualcosa di naturale.
Per me, e per molti altri autori, le attività individuali più fertili e affidabili per il nutrimento della mia anima furono la lettura e la scrittura. E il proposito di scrivere per caso lo concepì constatando quanta gioia si celi nel catturare il pensiero astratto su pagina. Il mio stile ancora semplice e acerbo, tuttavia, mi rende consapevole di come scrivere un romanzo richiede molta energia fisica. Molto tempo e molta cura. Un po’ come correre una maratona, come dice il mio amato Murakami.
Le recensioni che scrivo, i romanzi che leggo, mi fanno prendere coscienza su qualcosa che ormai considero come una certezza: le stanze buie della mia anima trovano lucentezza, rifugio e senso di conforto nella letteratura. Un’idea folle che è nata in me quando ero ancora una bambina e che, in un momento imprecisato della mia vita, ha affondato le sue radici crescendo lentamente.
Per poter scrivere l’ennesima recensione di uno dei pilastri di tutta la letteratura vittoriana, l’autobiografia romanzata della vita del grande scrittore ottocentesco, del mio incontro con David – una lotta tra due mondi che restano tuttavia nettamente separati -, ho atteso il momento più adatto in cui le parole scivolassero nei ricordi luminosi della mia coscienza e si scontrassero contro oscure ombre, nello spazio bianco della mia camera. Per qualche momento, frustrata e insoddisfatta, osservando una pagina bianca intrappolata in una finestra virtuale dalla luce vaporosa, aspettavo trepidante che mi venissero date le parole. Scivolassero lentamente nella mia coscienza in un luogo diverso da quello di cui ero circondata fino a quel momento. E, allo stesso tempo, trasmettessero immagini nitide ma remote. Echi lontani di una realtà che ha le caratteristiche di una giardino abbandonato in cui è impossibile non provare compassione. Nutrire il nostro cuore di piccole gocce di veleno, anche se per qualche giorno. Esperienze tanto strane quanto sordide.
Mi sono circondata da fantasmi prigionieri che, in un’ incessante lotta contro il protagonista, mi si coagularono attorno. Non presero consapevolezza di se stessi persino nelle loro fantasie più nascoste, amalgamandosi a tal punto da costituire un unico essere. Seduta sulla mia poltrona preferita, completamente assorbita dalla storia, sentivo rintoccare le ore di questi intensissimi pomeriggi dedichi a David dall’orologio della mia camera. I miei pensieri erano contrastanti; non riuscivano a soffermarsi sulla tragedia che pesava nel cuore del protagonista, ma indugiavano su tutto ciò che lo circondavano. La sua infanzia, che scorre lentamente con la scioglievolezza e la dolcezza di un sogno; l’ombra incombente del suo grande dolore e, una serie di sfortunati avvenimenti, che non avevano ancora una forma precisa.
E’ una storia in cui pervade una generale malinconia, ma nel mio inconscio aspettavo che la luce di un mero sprazzo di luce rischiarasse le tenebre dell’ animo di questi fantasmi. Quel raggio di sole abbagliante che per poco tempo veniva sporadicamente rammentandogli che in ogni comunità si mescolano il buono e il cattivo, e che la fugacità di un misero atto d’amore non doveva investire inevitabilmente anche l’atto più insignificante.
Vestire i panni del giovane David, anche se per un breve lasso di tempo, entrare nel giardino delle sue avventure – non scoprendo, tuttavia, le ombre ambigue dei suoi passi -, vederlo interagire con creature che ostacolarono il suo benessere e lo indussero alla disperazione, mi ha permesso di condividere pienamente questa storia che l’autore si porta dentro. I volti che, per qualche giorno, divennero famigliari ai miei occhi, al termine della lettura, col romanzo riposto sullo scaffale, immerso nella pace del giorno, svanirono nel momento in cui erano divenute “persone”. Lasciarono dietro di loro uno spazio vuoto che aveva una sua forma. Ma a brillare nella volta celeste, ed assistere continuamente alle mie spericolate immersioni in un epoca che ha sempre destato il mio fascino, era un unico volto: quello di David che, guardandomi attorno, nella meravigliosa serenità del giorno, mi tenne compagnia più di chiunque altro. Non fu quel genere di eroe che mi ero aspettata, ma, come il giovane Pip di Grandi speranze, un giovane scrittore pieno di ambizioni che mi narrò la sua storia quasi come una lunga e profonda meditazione sul senso della vita. Scritte in quelle che non sono altro che pagine della sua memoria, che si trascineranno fino a quando metterà il punto finale, per poter così mettere a nudo una parte della sua anima per noi completamente estranea. Derivati trascurati di una vita carica di sofferenze mentali, dolori, mancanze di speranze che, come un fastidiosissimo incubo, popolarono i suoi sogni. Gettando una spettrale aria di malinconia e pervadendo i sensi in una lenta agonia.
Nel pellegrinaggio solitario della sua giovinezza, che solo una volta giunto alla fine gli permetterà di scovare la sua identità, percorrerà quelle che non sono altro che le tappe della sua vita e, riversandole in quel contenitore che è la letteratura, brilleranno come la profondità di un altura smossa da qualcosa di lucente. Invadendo completamente il mio corpo di una strana luce, compiendo un incantesimo a cui non ho saputo resistere.
David Copperfield è un’opera radicata nel territorio dell’immaginazione urbana e negli spazi urbani, in cui fa sfondo una Londra distesa in una cappa di vapore. Tragico/comico, oscilla continuamente con la stessa energia verbale cui l’autore mescola le vicende di altri personaggi. E, su uno spazio capace di mutare ogni volta, adattandosi come una pelle al ceto sociale e al linguaggio di ognuno, Dickens, costituisce un palcoscenico frenetico in cui il lungo viaggio del giovane David entra in contatto con diversi meccanismi: la famiglia, l’istruzione, la prigione.
Racconto di un uomo apparentemente forte ma fragile, disilluso, timoroso del futuro e del senso della vita, trascinante, formativo e piuttosto appassionante, David Copperfield non è solo un affresco della letteratura vittoriana. Piuttosto un affascinante intreccio di follia, passione, affetti, malessere e benessere, ma anche un meraviglioso viaggio per aver permesso sia a David sia al lettore di crescere in questa tetra solitudine. Rifocillare l’anima, quando non aveva la certezza di poterlo fare.