LIBEROLIBRO CONSIGLIA: AVRO’ CURA DI TE, M. GRAMELLINI

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Avrò cura di te, di Massimo Gramellini; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Amarsi è l’opera d’arte di due architetti dilettanti di nome Io che, sbagliando e correggendosi a vicenda, imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva. Noi.

E’ terribilmente difficile restare impassibili a una storia profonda come questa, quando la luce che indica il cammino dei protagonisti è troppo luminosa persino per i nostri occhi deboli… E’ terribilmente difficile ignorare il brusio sommesso di una ragazza, che ha cercato nel matrimonio la sicurezza che aveva inseguito per tanti anni invano, fra le pareti di casa, in una lunga discesa di emozioni ingannevoli, quando scopri che è venuta al mondo non per strisciare a terra come un bruco, ma per tramutarsi in farfalla e spiccare il volo. In un mondo invisibile agli occhi, si guarda attorno nell’oscurità del suo animo, si aggira come una sagoma vibrante di luce, catapultandoci in una dimensione dove il cielo ha il colore degli oceani e le nuvole assomigliano a schiuma bianca infranta sugli scogli.
Gioconda ricorda il bruciore di una ferita non ancora rimarginata. Quel momento in cui decise di lasciarsi andare, mettere a tacere la sua voce interiore non per perdonarsi gli errori commessi in passato ma per accettarsi; così piccola, smarrita, terrorizzata, costretta a sbagliare. Come il primo segno di un nubifragio che si addensa inesorabilmente sul suo destino, tramando alle sue spalle e crescendo all’ombra della sua completa incoscienza, quella benedetta ignoranza che ci aveva fatto ritenere Giò un angelo biondo disceso in terra. Con un passato problematico alle spalle, una sfilza di sogni infranti con esperienze terribili.
In fin dei conti, è proprio questo il bello dell’essere umani: non riusciamo a riparare i danni inflitti alla nostra anima. Temiamo il passato, accettiamo la realtà come se rotolassimo un’ascia fra le mani, colpendo a caso tutto ciò che è della nostra portata. Rimaniamo soli, e non capiamo più niente.
Eppure, ogni cosa richiede tempo. A volte pensiamo che sia qualcosa destinato a durare in eterno, ma non è così. La vita è una continua tempesta di cambiamenti e, mentre noi affoghiamo nel dolore o nella disperazione, una catena di eventi tesse inevitabilmente il nostro personale destino. Ci riserva una serie di occasioni, opportunità che, se ignorati, potrebbero tramutarsi in rimpianti. E, pur quanto questa cosa sia terribilmente ingiusta, talvolta è un semplice contatto che ci fa ritrovare nella nostra solitudine. Fino al giorno in cui spireremo e leggiadre saliremo al cielo tra le avverse stelle.

Tu esisti davvero soltanto quando non pensi. Perché è quando smetti di pensare con la testa che cominci a sentire il cuore. E’ quella la tua identità.

Gioconda e Filemoné hanno scoperto questa magia confinandosi ognuno nel proprio spazio, come le orbite di due satelliti che s’incrociano per caso. Ritrovandosi nella loro solitudine, svuotando la mente facendo muovere la mano su un foglio bianco. Dopo tanto tempo trascorso nell’ombra, tornando alla luce, dando vita a una scrittura che sorprende così come i pensieri.
Un sudario di oppressione e smarrimento, che avvolge le loro fragili membra come una vestaglia troppo ingombrante, cominciò a diradarsi nel momento in cui poterono scorgere la luce in un mare di solitudine. Quando si connettero a un livello così intimo da esserne completamente travolti, spogliandosi e lasciandosi guardare completamenti nudi. Neutralizzandosi, confessando tutto con spontanea volontà sensazioni particolari che fanno vibrare il vuoto, mediante parole macchiate di tormenti neri come l’inchiostro. Non una scelta che sia stata dettata da qualcuno, piuttosto un modo
per aprire il cuore e tuffarsi con naturalezza. Come la pagina bianca di un diario riempita per evitare che la realtà ci sovrasti; come una confessione sussurrata dalla soglia della nostra insoddisfazione morale; come un tentativo di aprire il nostro cuore ad un amico, perché allora ci rendiamo conto di come l’ostacolo sia insormontabile.

Non esiste un modello unico di amori. Ci sono storie che nascono per lasciare segni concreti del loro passaggio e altre che servono solo a far vibrare le corde dei sogni.

Avrò cura di te è una canzone d’amore, un vano sforzo di un cuore fragile e infranto il cui ritmo e contenuto è così sensibile da incantare. Una lieve carezza che sfiora il viso e che conquista per la sua indubbia dolcezza. Una novella che splende forte e scalda i cuori di chiunque e che, limpida come il cielo ingombro dalle nubi, muta gli stati d’animi, donandogli una forma diversa.

LIBEROLIBRO MACHERIO CONSIGLIA: L’ABBRACCIO PERFETTO, K.ASTOLFI

Ogni settimana, LiberoLibro Macherio si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’abbraccio perfetto, di Kempes Astolfi; recensione di Elisa Barchetta. Buona lettura!

liberolibro macherio consigliaAmanda Lisetti è un’aspirante giornalista dal caratterino piuttosto particolare, non propriamente simpatica e affabile con gli altri, ambiziosa e disposta praticamente a tutto per ottenere ciò che vuole. Blogger nota, suo malgrado, a livello internazionale dal momento in cui è cominciata la sua personale ricerca del misterioso J…un ragazzo coinvolgente, sicuro di sé, accattivante, incontrato per caso in un pub e con il quale ha trascorso un’intensa nottata senza alcuna implicazione fisica. Il suo blogLost&Find, letteralmente Perduto eCerca, nato per recuperare informazioni che possano aiutarla a trovare J, diventa infatti in breve tempo uno dei blog più seguiti al mondo, poiché molte sono le donne che si sono ritrovate nella stessa situazione di Amanda e che vogliono sapere di più di questo uomo.
Chi è questo misterioso J, che ammalia donne in ogni parte del mondo, passa con loro una nottata indimenticabile, purtuttavia senza coinvolgimenti fisici, e poi sparisce lasciando solo un biglietto con la sua iniziale?
L’autore riesce con la sua narrazione a rendere interessante e non banale la storia, intrecciando due vite, quella di Amanda Lisetti e quella di J, in modo sapiente e accattivante. Inoltre è decisamente interessante il modo in cui caratterizza i personaggi, dai protagonisti ai comprimari, suscitando simpatie o antipatie verso gli stessi rendendoli in tal modo quasi reali. Unica pecca riscontrabile è la scelta di chiamare la protagonista femminile per cognome per la maggior parte del racconto, aspetto che tende a renderla ancor più antipatica; elemento probabilmente non necessario dal momento che il carattere della stessa viene perfettamente delineato nel corso della narrazione e questa tecnica può risultare superflua se non addirittura fastidiosa nello svolgimento della lettura.
Nel suo primo libro tuttavia, l’autore Kempes Astolfi mostra, o per meglio dire ricorda alle lettrici, come sia possibile per tutte trovare l’Abbraccio Perfetto; ovvero una condizione di benessere con l’altra persona che vada ben oltre un mero rapporto fisico e come valga la pena aspettare per trovare qualcosa di veramente speciale, senza accontentarsi. Inoltre Astolfi rammenta agli uomini come ci sia, nella relazione con le donne, qualcosa di più profondo e importante da ricercare; una sorta di intimità e di complicità dell’anima più che del corpo. Tutto nell’opera di questo autore porta a domandarsi: “Esiste davvero l’abbraccio perfetto?” ma, soprattutto: “E’ ancora possibile sperare in qualcosa di simile di questi tempi, in cui molti sono forse più cinici o disillusi anche a causa della perdita di valori nella società contemporanea?”. Sullo sfondo di queste domande però, l’autore restituisce forse proprio quella speranza perduta, o almeno orienta il lettore verso la riscoperta di questo possibile sentimento.

LIBEROLIBRO MACHERIO CONSIGLIA: LA SETTIMA STREGA , P. Zannoner

Ogni settimana, LiberoLibro Macherio si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo La settima strega, di Paola Zannoner; recensione di Martina Volontè. Buona lettura!

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La letteratura fantascientifica per ragazzi è un oceano di parole (letteralmente).
Le scelte sono infinite e sempre in costante aumento, il che non aiuta a smentire il mantra: “Chi non sa scrivere, scrive romanzi fantasy per ragazzini.”
In Italia abbiamo una vasta gamma di autori che si occupano di fantasy, ma restano spesso all’oscuro (notizia bomba: non esiste solo Licia Troisi!); Paola Zannoner è una di questi, talentuosa, con una passione smisurata per la letteratura (ha fatto anche la critica e la bibliotecaria) e molto prolifera.

Lessi questo romanzo nel 2007, all’età di 12 anni, ma mi è ricapitato tra le mani di recente e, tra l’altro, ho scoperto che l’anno scorso la De Agostini l’ha ristampato (con una copertina decisamente peggiore, ma sono gusti personali).

Trama: Meg ha quindici anni e non sospetta minimamente di essere una strega. Finché, una sera, non viene salvata da un imponente orso bianco, che la strappa dalle grinfie di un lupo.
L’orso è in realtà una maga che le affida un compito difficilissimo: dovrà viaggiare nel tempo e salvare le sue sei antenate streghe dalla persecuzione.

La giovane protagonista da impacciata e fifona, si trasforma in una talentuosa e coraggiosa strega moderna.

Niente di nuovo, insomma, ma la cosa che colpisce di questo romanzo è la cura dei dettagli e le minuziose ricostruzioni storiche al suo interno. Difatti, si ripercorre la caccia alle streghe a partire dal 1300, fino ai giorni nostri.
Interessante è vedere come si evolvono i pregiudizi sulle donne ritenute “strane” e i metodi utilizzati per “estirpare il male”, dalla muratura ai campi di sterminio.

Insomma, un modo leggero e molto ironico, per spiegare il male a chi ha meno di 15 anni.
Ma adatto anche ai grandi poco cresciuti.

LIBEROLIBRO MACHERIO CONSIGLIA: SE TI ABBRACCIO NON AVER PAURA, F.ERVAS

Ogni settimana, LiberoLibro Macherio si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Se ti abbraccio non aver paura, di Fulvio Ervas; recensione di Elisa Barchetta. Buona lettura!

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“Se ti abbraccio non aver paura” è una frase che i genitori di Andrea hanno fatto scrivere su alcune magliette del figlio, tutte dai colori molto accesi. Sì perché Andrea ha questa sorta di “abitudine” che lo porta ad abbracciare qualunque persona entri nella sua orbita e non tutti si aspettano un gesto simile così all’improvviso. Perciò le sue magliette sono una specie di avvertimento. Perché la vita di Andrea è fatta di gesti impulsivi, di ordine, di gesti ripetitivi…ma anche di confusione mentale e di isolamento in un mondo tutto suo. Sì, perché ad Andrea all’età di tre anni è stato diagnosticato l’autismo. Da allora i suoi genitori non si sono arresi, non lo hanno fatto di fronte a specialisti che spiegavano loro le cause genetiche della malattia, che la vita è imperfetta e che vivere con una persona nelle condizioni di Andrea è come vivere sotto una tirannia. Le provano tutte, dalla medicina tradizionale a quella specialistica, fino a rimedi meno convenzionali ma nulla sembra poter cambiare lo stato del loro figlio maggiore, con tutto il carico emotivo, di rabbia e angoscia che una situazione simile può portare con sé.
Con molta pazienza e tanto amore insegnano ad Andrea a esprimersi utilizzando il computer come mezzo di comunicazione, attività che inizialmente avviene solo in presenza della madre. Ma Andrea comunica il suo sentire, la sua confusione e la paura di non essere compreso – anche dai suoi genitori – la sua difficoltà a eseguire troppe richieste, a parlare e a controllare il suo corpo nonostante l’impegno; la sua disperazione e ansia per la condizione in cui si trova; il suo essere “un uomo imprigionato nei pensieri di libertà” e la volontà di guarire. Ed è con questo carico di pensieri ed emotivo che, con l’avvicinarsi dell’estate e al momento di decidere la meta per le vacanze, Franco – il padre di Andrea – decide, con coraggio e tanto amore, di rispondere a un urlo di suo figlio che sembra quasi una richiesta di libertà. Da questa volontà nasce l’idea di un viaggio attraverso il continente americano, senza alcuna tappa pianificata, ma lasciandosi guidare da Andrea e dall’imprevisto…perché per Andrea “le ore di ogni singolo giorno sono sempre un imprevisto”.
Nel loro viaggio in libertà alla scoperta dell’America, Franco e Andrea incontrano persone di qualunque tipo; alcune in grado di “sentire” davvero la loro storia e le loro emozioni, altre più diffidenti. Molte regalano loro frammenti di vita fondamentali per vivere la loro condizione in modo diverso e, forse, comprenderla in modo più profondo rispetto alle visioni fornite dalla medicina. Andrea è un ragazzo davvero speciale perché ha una capacità di sentire e di percepire il mondo che lo circonda in modo molto più intenso rispetto a chiunque altro. Abbraccia, bacia e tocca la pancia alle persone che incontra, stabilisce un contatto e resta in ascolto. E’ il suo modo di presentarsi alle persone per conoscerle e allo stesso tempo tranquillizzare se stesso, per non agitarsi e controllare la confusione che sente nella sua testa. Nei suoi occhi “corrono nuvole”, non guarda mai nessuno a lungo ma dà solo qualche furtiva sbirciata e anche se non usa le parole, sa trasmettere emozioni molto forti con semplici gesti e i suoi sorrisi. Andrea è un modo di colori, di cromie tutte sue, che sono le parole con cui si esprime. Per Andrea questo viaggio è la scoperta delle infinite possibilità di comunicare con chi sa davvero ascoltare e un avvicinarsi emotivamente a suo padre, al punto di riuscire a comunicare con lui tramite computer anche senza la presenza della madre, di vegliarlo quando sta male e di trasmettere i suoi stati d’animo anche solo con uno sguardo.
Per Franco diventa invece un’esperienza che tocca l’anima, che permette di comprendere davvero come l’autismo non sia solo fatto di gesti ripetitivi, di comportamenti particolari, di confusione mentale; no, è qualcosa di più profondo che sa regalare nuovi modi di guardare e vivere. Franco si troverà ad affrontare le sue paure e preoccupazioni di padre, trovandosi in situazioni che prima aveva solo ipotizzato per suo figlio, ma facendosi toccare profondamente anche da situazioni che lo porranno di fronte a nuove domande e nuovi dubbi…nonostante ciò lascerà anche che gli eventi permettano a suo figlio di vivere esperienze mai provate, convinto che ciò possa imprimere in Andrea qualcosa che niente e nessuno potrà mai togliergli.
L’autore, Fulvio Ervas, racconta con molta naturalezza, partecipazione, intensità e anche molta ironia la storia vera di Franco e Andrea e la loro avventura on the road alla scoperta dell’America e di se stessi in un romanzo che è ha un sapore agrodolce per le domande che solleva e le forti emozioni che suscita.

LIBEROLIBRO MACHERIO CONSIGLIA: TRINACRIME, A. VIZZINO

Ogni settimana, LiberoLibro Macherio si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Trinacrime, di Alessandro Vizzino; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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La prima volta che Alessandro Vizzino mi parlò di questo romanzo correva l’anno 2012. Era una calda giornata di luglio, in un Circo Massimo rovente. Mi confidò che stava intervistando un pentito di mafia, per scriverne una sorta di biografia. Lì per lì mi chiesi se non fosse audace immettere nel mercato l’ennesimo libro su Cosa Nostra, per giunta concentrato su un mafioso, per quanto pentito.

Poi mi sono detto che sì, probabilmente era necessario aggiungere qualcosa al già noto. Occorre continuare a parlare di mafia, perché proprio quando tutto tace che essa è più forte.

Infine è arrivata la lettura, che mi ha stupito sotto molteplici punti di vista.

Prima di tutto, mi preme sottolineare come Alessandro Vizzino sia cresciuto stilisticamente. Avevo già avuto modo di conoscere il suo talento con Sin e con La culla di Giuda, ma credo che con Trinacrime si sia superato, sancendo un passaggio fondamentale dallo status di autore allo status di scrittore.

Vizzino mi ha fatto dimenticare chi fosse nel corso della lettura, è scomparso l’amico, è scomparso l’editore, mi sono completamente lasciato trasportare dalla vita di Tonio Sgreda (nome inventato, storia e personaggio reali), dalla sua ascesa, caduta e redenzione, come recita la quarta di copertina. Mi sono lasciato cullare da parole scelte ad arte, ben incastonate tra loro, da metafore da sottolineare. Uno stile da rubare, in qualche modo. E quando si hanno queste impressioni, si è di fronte al libro che non appartiene a un semplice autore, ma a uno scrittore. E ci si ritrova a chiudere il romanzo, scorrere il nome di chi lo ha scritto, e mormorare: ne hai fatta di strada.

La scrittura di questo testo ha richiesto anni e il lavoro di fino si nota. Nessun termine o parola, persino congiunzione, è usato per caso. D’effetto è l’uso continuo del dialetto siciliano, tradotto in nota quando non comprensibile, che rende l’intera impalcatura ancora più realistica.

Lodato lo stile, passo al contenuto.

È un romanzo che assume un particolare punto di vista su Cosa nostra, svela una mafia rimasta probabilmente più nascosta, rispetto a quella Corleonese, ma altrettanto drammatica, e lo fa dall’interno, ripercorrendo la vita di chi volle vivere oltre le sue possibilità, avere tutto, essere un grande uomo, per poi ritrovarsi con un’unica speranza: morire almeno da buon uomo. Vizzino si fa portavoce di un pluriomicida, narra, ma non prende posizione, non condanna e non perdona, scelta a mio avviso molto azzeccata.

Ripercorre i nomi, pur variandoli, di chi morì negli anni bui di decenni in cui Cosa nostra primeggiava su Cosa pubblica, lo Stato, gli anni del delitto di Dalla Chiesa, gli anni del Maxi Processo, gli anni di Falcone e Borsellino.

Tutti questi elementi restano però sullo sfondo, ci sono altri uomini, come Sgreda, o altri eroi, come Giovanni Lizzio, che sono stati protagonisti di eventi, omicidi e lotte per la legalità rimaste nascoste alla storia comunemente conosciuta.

Seguendo la promozione di Trinacrime, ho notato con piacere che lo si sta promuovendo anche nelle scuole, ed è un luogo che considero essenziale, per due motivi.

Il primo risiede nelle parole di Vizzino, nell’unico commento che si lascia volutamente scappare a romanzo concluso: (Cosa nostra) è anche l’effige di un popolo che ancora non ha compreso se stesso, incapace di fraternizzare, non in gradi di riconoscersi, prima ancora che in una sola bandiera, in un unico afflato. (…) Cosa nostra non sarà mai vinta individuandone e arrestandone gli elementi, prima o poi ne nasceranno di nuovi; non basteranno dieci Falcone, mille Borsellino o diecimila Lizzio, pur nella loro fulgida generosità. Cosa nostra morirà soltanto quando tutti noi, da italiani e da esseri umani, sapremo scacciarla dalle nostre menti, da distorte abitudini, da un’ancestrale cultura, consci che un pezzo di Cosa nostra, in un modo o nell’altro, è purtroppo dentro ognuno di noi.

È nella scuola che si può passare questo messaggio di intimo cambiamento. È nella scuola che si può insegnare che l’Italia non può più essere un Paese diviso, per dirla con la Mazzantini, un Paese abituato ad avere un sopra e un sotto, un attico e una cantina. Ma è soprattutto nella scuola che va raccontata la mafia e il nostro passato recente, spesso trascurato.

Quante volte si studiano gli assiri e i babilonesi nei diversi gradi di scuola o le gloriose imprese dell’impero romano? Pace all’anima loro, ma si dà così tanta importanza al passato remoto, che spesso i programmi scolastici non arrivano fino al passato prossimo: alla fondazione della Repubblica, a Moro, all’euro e, appunto, alla mafia. Tutto ciò è lasciato alla cultura cinematografica e letteraria.

Il secondo motivo risiede nella stessa vita di Sgreda, che a scuola non andava, che preferiva lottare contro la fame. E questa lotta, condotta per strada e non con la conoscenza, lo ha portato a sbagliare. Sgreda non ha incontrato, dopo i primi errori, qualcuno che gli insegnasse il bene e il male, qualcuno educativamente più forte del suo stesso umile padre. Ha continuato a errare, a rubare per vivere, a guadagnare a spese del bene comune, fino a cadere nella trappola di Cosa nostra, che, come la Camorra, intercetta gli sbandati, per farne “grandi uomini”. La scuola, in questo, come le altre forme di associazione e di educazione (ricordi Don Puglisi?) hanno un ruolo strategico fondamentale. Togliete alla mafia il suo cibo, i giovani, e la mafia morirà da sola, incapace di riprodursi.

Vizzino ha scelto lo strumento più idoneo alle sue corde per passare messaggi importanti, senza citarli direttamente, per dare testimonianza di ciò che è stato e togliere il velo a una parte poco conosciuta della mafia: la forma narrativa. Ha rinunciato a biografie, e penna in mano ha raccontato la vita di Sgreda, in una modalità facilemente fruibile ai più.

Il resto, il vero cambiamento, il non dimenticare, spetta al lettore.

LIBEROLIBRO MACHERIO CONSIGLIA: RAGIONE E SENTIMENTO, J. AUSTEN

Ogni settimana, LiberoLibro Macherio si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Ragione e sentimento, di Jane Austen; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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“È l’amore un capriccio od un sentimento? No, è immortale come la verità incorrotta. Non è un fiore che si sfoglia quando la gioventù cade dal gambo della vita poiché crescerà persino in regioni aride dove non scorre acqua né un raggio di speranza inganna le tenebre.”

Sensibilità e amore. Amore e psiche. L’eterno contrasto. Semplici parole che sembrano stonare fra loro, così opache nella semplicità delle cose, silenziose e luminose che dicono più di quel che tacciano. Ma, sussurrate nel tempo davanti agli occhi del mondo, rispecchiano l’idea dell’amore o del desiderio di un mondo in cui l’uomo è oggetto d’unione alla sua anima: “l’alato Cupido che viene dipinto cieco”, come diceva Shakespeare.
Questa è una breve massima che compone il ciclo della produzione austeniana. Questa è la storia di Ragione e sentimento. Due sorelle che scoprono la natura di questo sentimento dal nulla. Due ragazze romantiche e sognatrici incuranti degli incauti sussulti del cuore che, talmente forti da dare un senso di malessere, sono state trasportate qua e là dalla corrente dell’amore, osservando l’inutilità di un mondo fatto di cose grandi e piccoli di ricchi signori acutamente consapevoli del loro status sociale. Protagoniste di un destino incerto, che li induce a scoprire la natura delle loro opinioni e azioni in contrasto alle massime preferite, descritti in tutta la loro meravigliosa stupidità e trascuratezza, conferendo un ritratto carente della vita che c’è stata. Due fanciulle ingenue e un pò bigotte che, a loro rischio e pericolo, sono scesi a patti con il vuoto morale dei loro tempi. Provando sulla loro pelle l’essenza dell’amore nella pronta immaginazione, nei modi affetti, buoni e garbati, nella più assoluta perfezione. La vita vissuta con troppa calma, con molti aspetti pieni di banalità, arroganza e artificialità. E, a dargli coraggio sul campo di battaglia, a regalargli intelligenza o coscienziosità, a sospingerle verso un lento processo di scoperta verso se stessi e il mondo circostante sono due gentiluomini che hanno già assaporato la brama lussuriosa dell’amore, per quanto bella ma malinconica. Compiacimento e bellezza. Desiderio e fedeltà. Anime inquiete che, accomunate dal senso di fratellanza, dal rispetto e dalla sottomissione nei riguardi del protettore, si sono adattati allo sfarzo e alla mentalità chiusa del tempo. Sono stati promessi sposi di giovani donne cui non hanno mai nutrito alcun sentimento d’amore, hanno avuto bambini, si sono volutamente sottomessi al volere di una madre rigida ed egoista. Non hanno mai avuto scelta. E le ragazze Dashwood sono arrivate troppo tardi, dubbiose se donare una vita di gioie e agi a un guscio ermeticamente vuoto. Al di là del benessere e della burrascosa tempesta della vita che, in un momento, potrebbe frantumarsi contro gli scogli.
A narrarci la loro storia è una tranquilla signora nubile, che ha avuto a disposizione nient’altro che carta e inchiostro. Una giovane autrice che fece di Ragione e sentimento un chiaro tentativo di difendere il senno e il ritegno per se stessa, rappresentandola in una sottilissima vena ironica, incarnata nella giovane Eleonor. Una trentaseienne romantica e sognatrice, per nulla dissimile a quelle ombre che la circondavano, alla luce tremula di una candela, appollaiate sulle sue spalle – fiaccata dalle disuguaglianze sociali e da alcuni dogmi dettati dal cristianesimo.
Il dolce richiamo a una delle più acclamate opere della letteratura inglese, che qualche anno fa mi aveva fatto conoscere una Jane Austen sentimentale, matura e profonda, è stato inconsueto e particolare. Lucido e sentimentale. E, ignorando del tutto il gusto e lo stile di quest’autrice, convenzionale e ingenuo. Speravo di farmi cullare da una bella storia d’amore e che, intessendo una trama realistica basata esclusivamente su esperienze amorose che avrei potuto vivere in prima persona, ho ascoltato Ragione e sentimento con un po’ di freddezza e distacco. Mi aspettavo di trovare, in qualunque sguardo, gesto o imperfezione, qualcosa che riempisse il mio cuore di una dolcezza triste. Il romanzo della Austen, tuttavia, non si è dimostrato come il poema armonioso, sentimentale o seducente che, io, avrei potuto avvertire immensamente. Con la sua travagliata storia di religione, desideri e lealtà, semplice e puro come l’etere. Piuttosto come un moto lento e poco rassicurante dell’anima, involontario e silenzioso che, componendo una melodia dolce e piacevole, avrebbe potuto rendermi prigioniera delle stesse colpe delle sorelle Dashwood. Zeppo di dialoghi e scevro di descrizioni di qualunque natura, nonostante gli sforzi dell’autrice, l’intimità condivisa col lettore è poverissima: c’è sentimentalismo, ma non sorretto da uno stile lirico e romantico.
E’ tuttavia un opera che non nasconde un certo fascino, in cui ho trovato nozioni e concetti concerni al secolo. La Austen è indubbiamente una poetessa romantica, affascinante, acuta nella meditazione e nella forte emotività. Scevra di passione, fremiti di autoaffermazione dell’anima, rabbia o follia. La sua voce arriva dritto nei cuori di chi legge e, pronunciando quelle giuste parole capaci d’infondere vita persino alle cose inanimate, esamina i burattini di questo teatro allestito dalle sue parole. Narrando la vita di Eleonor e Marianne quasi come fosse sua. Sciatta, imprecisa, imperfetta destinata a divenire massima di vita, d’istinto e carne. Padrona del mondo, conseguenza dello spirito a spegnersi come una candela.
Una constatazione triste e amara, quando si giunge alla fine di Ragione e sentimento, nonché disincanto del romanzo in se. Le avventure amorose delle sorelle Dashwood sono state ideate con l’intento di osservare i loro movimenti, porre dei limiti con una certa serietà in cui la Austen, nell’evidenziarli, diviene alata e inavvicinabile. Raccontate non in prima persona, ma costruite giorno dopo giorno con eventi che caratterizzano la vita di chiunque.
Ragione e sentimento è un romanzo che non va dritto al cuore ma al cervello, che trascina più razionalmente che emotivamente. Rileggerlo mi ha lasciata un po’ insoddisfatta. Desiderosa di poter assistere a qualcosa di più forte: assistere alla nascita di un amore meraviglioso, trascendentale e folle che impallidisce persino dinanzi al bagliore bruciante del sole nel limpido cielo.