LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’UOMO DELLA FOLLA, E.A. POE

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’uomo della folla, di Edgar Allan Poe; recensione di Massimo Colonna. Buona lettura!

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Un uomo siede in un caffè nella via più trafficata di Londra. Osserva la gente per strada, cercando di studiare atteggiamento, abbigliamento, gestualità, per comprenderne la professione. Impiegati, facoltosi, giocatori d’azzardo, prostitute: tutte figure identificabili facilmente. Ma in fondo alla folla ecco uno strano tipo: piccolo, anziano, forse malato. Eppure dà l’impressione di possedere forza interiore. Il signore comincia a vagare per la città immerso nella folla. L’uomo del bar lo segue: vuole capirne il segreto. Quello gira e rigira tra la gente, pare senza meta. Lui lo segue. Più volte tornano al punto di partenza. Poi ripartono. Alla fine, l’uomo perde la pazienza e si piazza con forza davanti al fuggitivo: questi lo guarda, tace. Poi riprende la sua corsa tra la gente.

“Il vecchio è l’emblema, il genio del crimine più perverso. Rifiuta di restare solo. E’ l’uomo della folla. Seguirlo sarebbe inutile, null’altro apprenderei sul suo conto, né sulle sue azioni”. 

E’ l’uomo moderno (occhio alle date, il testo di Poe è del 1840): segue la folla, senza nemmeno saper dove andare. Non riesce a star solo. Ha bisogno della sicurezza del gruppo, dal branco. Dell’anonimato. Poi, quando lo guardi dritto negli occhi, cos’ha da dire? Nulla.
E’ l’uomo moderno. Grande messaggio visionario in un racconto brevissimo.
In più. Visionaria anche la prima figura. L’uomo infatti si ferma. Si prende un attimo. E guarda le cose dall’esterno. Con un punto di vista diverso rispetto a quello di tutti i giorni. Quanti oggi lo fanno? Quanti guardano la propria vita dall’esterno?

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LIBEROLIBRO CONSIGLIA: Susan a faccia in giù nella neve, C.O’CONNELL

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Susan a faccia in giù nella neve, di O’Connell Carol; recensione di Caterina Armentano. Buona lettura!

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Alla vigilia di Natale, a Makers Village, una cittadina nello stato di New York, due bambine di dieci anni vengono rapite. L’unica traccia è la bicicletta di una di loro, ritrovata abbandonata alla fermata dell’autobus.
Il poliziotto incaricato delle indagini, Rouge, ha un motivo in più per cercare di ritrovare le bambine: 15 anni prima, la sua gemella, allora bambina, fu rapita e uccisa. E’ vero che un uomo, un prete, è stato condannato per quell’omicidio, ma si è sempre proclamato innocente. E ora che le modalità del rapimento sembrano ricalcare quelle di 15 anni prima, Rouge spera che questa volta riuscirà ad arrivare in tempo per salvare la vita alle bambine scomparse. Con l’aiuto di Aly Cray, una criminologa dal volto sfigurato, Rouge tenta di far parlare l’unico che forse ha visto qualcosa, un ragazzino introverso che frequenta una scuola speciale vicino al luogo della sparizione.

Il passato ritorna e lo fa nel modo più atroce. Gli errori degli adulti ricadono sui bambini perché l’orco cattivo non è stato catturato e punito, questi ritornerà e lo farà per il medesimo motivo: violare la loro innocenza.
Due bambine vengono rapite, Rouge, il poliziotto che si occupa del caso, si rende conto che ci sono delle affinità con il rapimento avvenuto quindici anni prima in cui a morire fu sua sorella. La domanda sorge spontanea: Il colpevole è davvero chi sta in prigione?
Giustizia è stata fatta o l’ombra del male e della pedofilia si stendono ancora su una piccola cittadina newyorkese?
Una giovane criminologa, Aly, si occupa di tracciare il profilo psicologico del mostro. Lei dal volto sfigurato nasconde un passato atroce. Deve risolvere il caso a tutti i costi altrimenti la sua vita non potrà scorrere tranquillamente, lei che la pace sembra non averla mai conosciuta.
La pedofilia: un tema scottante. La O’Connell utilizza un linguaggio semplice, senza mai cadere nell’ossessività. Il tema viene districato, non solo attraverso le indagini, ma soprattutto dall’ottica delle bambine rapite. Il loro stare insieme, abbracciate, in cerca di amore e calore da l’illusione che tutto terminerà nel migliore dei modi. Inganna gli adulti, un balsamo per lenire il senso di colpa.
Le indagini a rilento, fanno dubitare di tutti. I fantasmi del passato creano ombre, confondendo il lettore:cos’è il bene, cos’è il male?
Un romanzo dalla scrittura fluida, dinamica, plastica, che si incastra sottoforma di piccoli puzzle. Un finale sconvolgente che oso definire più paranormal che thriller.
È proprio il finale a far riflettere e farci temere alcune verità.

Non ho apprezzato il titolo: Susan a faccia in giù nella neve, di certo è a effetto, ma avrei preferito che la casa editrice si fosse attenuta di più all’originale: Judas child. Non capisco perché nella traduzione italiana si perda molto del significato originario.
Carol O’Connell sa il fatto suo, la sua scrittura trascina, i suoi personaggi sono reali, “corposi” e il giochetto di spiazzare il lettore sul finale è da brividi!

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA VITA DAVANTI A SE’, E.AJAR

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo La vita davanti a sé, di Emile Ajar; recensione di Sandra Rebecchi. Buona lettura!

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Mentre sei come al solito attenta a scegliere fra le proposte dei libri appena usciti, indecisa fra mille titoli (vorresti leggerli tutti, sei una lettrice compulsiva), ti capita di sgombrare una vecchia libreria in una casa disabitata; tiri giù dallo scaffale un Rizzoli datato, La vita davanti a sé, di un autore che non conosci, Émile Ajar. Ti viene lo scrupolo: prima di affidarlo al comune per un BookCrossing, vuoi leggerlo e ti aspetti uno stile lento, obsoleto. Pensi: se non mi piace chiudo il libro e via!
Invece … Invece!
Lo finisci correndo e ti appassioni alla storia di un bambino, Mohamed detto Momo, cresciuto da una vecchia prostituta di Belleville, a Parigi, insieme ad altri figli di prostitute; li affidano a lei poiché la legge impedisce loro di tenerli con sé. Lei, madame Rosa, è un’ebrea reduce da Auschwitz, grassa e sfatta, che durante la storia si ammalerà gravemente. Momo le vuole bene, pur essendo consapevole del disfacimento della donna, la nutre quando non può più farlo da sola, la cura e quando non potrà più fare le scale la trasporterà in uno scantinato segreto in cui lei ha ricreato un suo “spazio ebraico”, dove nascondersi e pregare.
Madame Rosa morirà lì e Momo la veglierà fino a che gli abitanti del condominio non si accorgeranno, a causa del cattivo odore, della presenza di un cadavere.
Durante la lettura, la prima cosa che ti colpisce è la voce narrante che è proprio quella del bambino, del protagonista, Momo. All’inizio lui vede la realtà cogli occhi ingenui dell’infanzia. Poi pian piano cresce e le sue osservazioni si fanno più acute e sagge. Un momento doloroso di consapevolezza giungerà quando suo padre, musulmano, verrà a pretendere la restituzione del figlio; madame Rosa lo ingannerà sull’identità di Momo e, disperato, l’uomo morirà di un attacco cardiaco. Momo scoprirà in quel momento di avere quattordici anni e non dieci, come credeva.
La seconda sorpresa è il linguaggio; non è letterario, ma reale, vivo ed è il linguaggio di una banlieu usato probabilmente per la prima volta in un libro. Ti meravigli perché la data di pubblicazione del libro è il 1975!
Lo sfondo è una Parigi multietnica nella quale funziona una legge di mutua assistenza fra disgraziati: un nigeriano, protettore di prostitute, analfabeta, si fa scrivere da madame Rosa lettere da mandare alla sua famiglia, nelle quali dà ad intendere di essere diventato ricco; un trans senegalese, Lola, porta cioccolatini e champagne; un gruppo di neri danza intorno a madame Rosa morente per cacciare gli spiriti.
Si respira un clima di solidarietà nel quale nessuno si meraviglia più di vedere intorno a sé abitanti del mondo, ognuno a suo modo partecipe della gioie (poche) e delle disavventure (molte) altrui.
C’è la vita nel romanzo con le sue risate e le sue lacrime, con l’umorismo e con la cattiveria e ci sono i vecchi, che “la natura fa crepare a fuoco lento”, dei quali si parla con grande rispetto e amore, sì, amore e non si può usare un’altra parola.
A questo punto vuoi sapere chi è l’autore e cominci a cercare sue notizie nella rete. Scopri i misteri della sua vita e la sua personalità complessa e problematica, mentre le notizie che reperisci si accavallano ed è difficile orientarsi cronologicamente e distinguere fatti da leggende.
Romain Kacew (il “primo nome” dello scrittore) emigra dalla Russia in Francia all’età di 13 anni. E’ lituano. Studia giurisprudenza a Parigi, si arruola nell’aviazione e nel 1940 combatte nell’organizzazione di resistenza di Charles De Gaulle. Tiene un comportamento eroico e viene decorato con la Legion d’onore. Dopo la fine della guerra, intraprende la carriera diplomatica e si reca a Los Angeles quale Console generale di Francia; vi resta a lungo.
Ormai è naturalizzato francese e il suo nome è Romain Gary.
Oltre che eroe di guerra e diplomatico, è viaggiatore, scrittore, regista, sceneggiatore. Le foto testimoniano di un uomo molto bello, un cosacco con gli occhi azzurri. La sua biografia ci dice che è un tombeur de femmes. Sposa la scrittrice Lesley Blanch e successivamente nel 1962 l’attrice americana Jean Seberg, bellissima, l’adolescente triste di Bonjour tristesse: lei ha 24 anni, lui 48.
Nel 1979, quando sono già divorziati, lei viene trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina a soli 40 anni.
Fin qui la sua vita sentimentale.
Intanto Gary scrittore pubblica diversi libri: il primo col nome di Romain Kacew, altri col nome di Romain Gary e con questo nome nel 1956 vince il premio Goncourt con Le radici del cielo.
E’ un successo. Gary continua a scrivere e nel 1975 vince di nuovo il premio Goncourt con La vita davanti a sé! Ma è impossibile perché il premio viene assegnato una volta sola, ti dici, ma scopri che quell’opera lui l’ha firmata con lo pseudonimo di Émile Ajar, proprio quello usato nel libro edito da Rizzoli.
La rivista Lire stronca l’opera di Gary e loda Ajar: <<Ajar è decisamente un altro talento>>. Cosa avrà pensato Gary nel leggere questo giudizio senza appello?
La verità si scopre dopo la sua morte e anche la storia del suo suicidio è inquietante.
Gary il 3 dicembre del 1980 si reca in un negozio di place Vendôme a Parigi e acquista un vestaglia rossa. Ha intenzione di spararsi e non vuole che il suo sangue turbi nessuno. Organizza tutto con la massima attenzione, mette in ordine la sua stanza, lascia un biglietto con su scritto: <<Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove>>.
Parigi intera pensa al suicidio di uno scrittore ormai finito, un sopravvissuto che non ha più nulla da dare.
Di certo Gary soffre molto il proprio invecchiare, ma perché si suicida e quanto è stato colpito dalle stroncature e dai giudizi dei critici non lo sapremo mai. Come pure non sapremo quanto abbiano influito le delusioni amorose o il dolore per la tragica fine di una donna amata.
Intanto un nipote di Gary, Paul Pavlovitch, incaricato da Gary stesso (sembra), impersona Émile Azar. Si scopre che, sotto il nome di Ajar, sono stati pubblicati quattro romanzi dei quali Pavlovitch assume la paternità; perciò è lui il vincitore del Goncourt per La vita davanti a sé. Tre anni dopo esce il film omonimo diretto da Moshè Mizrahi e interpretato da Simone Signoret: il film vince l’Oscar per il migliore film straniero, mentre la Signoret vince il César come migliore attrice.
Poco dopo la morte di Gary, esce postumo Vie et mort d’Émile Ajar nel quale si svela la vera identità di Ajar: Gary, in russo vuol dire “brucio”, mentre Ajar significa “brace”. Gary contro Ajar. Altra strana coincidenza. Il premio Goncourt comunque non è stato mai revocato.
Ma Gary ha usato altri pseudonimi: Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi (le lettere s, i e n sostituiscono le g, a e r di Gar-ibaldi) e con questi altri pseudonimi ha scritto decine di romanzi.
Insomma chi è Gary? Sicuramente un grande scrittore. Perché si nasconde sotto falsi nomi? Si nasconde o conduce uno strano gioco? E il gioco vuole dimostrare qualcosa e a chi? E’ un gioco ironico e divertente? Non sembrerebbe visto che si conclude con un suicidio fermamente voluto. E così via di pagina web in pagina web, senza risposta a molti tuoi dubbi, tranne l’inquietudine nelle parole che Gary pronuncia proprio per bocca di Momo in La vita davanti a sé: <<… io non ci tengo tanto a essere felice, preferisco ancora la vita.>> e <<Non c’è bisogno di motivi per aver paura …>>.
Insomma ti ritrovi trascinato in una storia piena di interrogativi irrisolti.
Oggi è l’editore Neri Pozza a rieditare il libro, questa volta col “vero” nome dell’autore, Romain Gary.
Alla fine ti poni domande forse comuni e banali. La vita reale è più variegata e sorprendente di qualunque romanzo: allora ha senso creare nuove storie, quando ne abbiamo infinite intorno a noi? Ha senso l’opera letteraria se è totalmente fantastica, totalmente avulsa dalla realtà? E ancora: quale è la vera relazione di un autore con i suoi lettori? Da lettore, sei al centro di un gioco creato da altri? Quando apri un libro che ti prende, sei obbligato a “partecipare” al gioco? Perciò, mentre un libro ci racconta una storia, sarebbe interessante conoscere la storia di quel libro.
Queste e altre domande solo per aver sgombrato uno scaffale da volumi un po’ vecchi …

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: VERONIKA DECIDE DI MORIRE, P. COELHO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Veronika decide di morire, di Paulo Coelho; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Se un giorno potessi uscire da questo posto, mi permetterei di essere folle, perché lo sono tutti. Gli uomini peggiori sono quelli che non sanno di esserlo, perché continuano a ripetere ciò che impongono gli altri.

Con la storia di Veronika persi completamente il senso del tempo. La sera ascoltavo la sua storia, scritta in quelle che non sono altro che pagine della sua memoria, che si trascineranno fin quando non esalerà l’ultimo respiro, senza prendermi la briga di alzare gli occhi dalle pagine.
Le parole scorrevano dalla punta di una penna invisibile su un foglio evocando all’orecchio la voce della piccola Veronika. Pendevano dalle mie braccia e indugiavano sulla mia testa: finestrelle aperte su un mondo che offrivano allo sguardo lo sfavillante spettacolo di un mondo completamente sconosciuto ai miei occhi. Gruppi di boliviani che suonano in piazza, in un pomeriggio invernale. Una ragazza insoddisfatta, sola che ha bisogno degli altri per essere felice che vaga come un’anima in pena in un posto dove le persone non si vergognano di essere etichettate come matte. Ed io che, stregata dall’aura lucente di Veronika, dal bagliore acquoso della luna che, come un’indescrivibile sensazione di benessere, mostrava la propria eternità, seguivo scrupolosamente ogni sua mossa. Veronika che proiettava la sua malinconia fino al mio cuore caldo rinchiuso nella cassa toracica, dove si dilatava e contraeva ogniqualvolta s’imbarcava in una dei suoi eccentrici comportamenti.
In ogni parola erano conservate scatole con dentro racchiuse tante vite. Scatole che contenevano dettagliatamente i particolari sulle persone che, come anime dannate ma contrite, erano sparse intorno a Veronika. Scatole piene di vita di cui Veronika non sa cosa farsene, ma che arricchiscono questo splendido scenario. Dalla mia prospettiva, così evocativo ma distante, di cui tuttavia si riesce a scorgere l’attività che vi ferve. E, come un sogno breve e senza senso, in una rapida discesa conduce alla vita che sta ormai appassendo nella quiete mattutina. Fra il fragore delle macchine, in un istituto psichiatrico che freme vita, su uno sfondo luminoso e quasi rassicurante di un astro che placa tutta la superficie, prima della sua inevitabile decadenza.
Non conosco le ragioni per cui abbia amato la storia di questa strana ragazza che in meno di ventiquattro ore popolò le mie notti.
Una figura quasi ipnotica che brucia nella mia testa vivida e bellissima, nell’anticamera della morte, scuote la testa e arriccia le labbra rievocando ricordi che, come limpida acqua, escono inarrestabili dalle fessure tra le rocce di una fontana. Come si era sentita fluttuare fra le nuvole, quando un ammiratore sconosciuto le aveva regalato un fiore. Il senso di pace che le comunicava osservare lo spicchio della luna. Io mi sono avvicinata, attratta verso di lei come una falena. Ed, quando ero nel suo cerchio magico, avvertii un forte sentimento: l’odio profondo che gli impedì di scoprire le altre Veronika che dimorano dentro di lei e che erano interessanti, folli, curiosi, coraggiosi, audaci. Ma che, per spegnere questo sentimento, si volgeva alla luna e attaccava con una sonata, in suo omaggio, sperando che lei l’ascoltasse orgogliosa.
Con il silenzio opprimente della notte, l’ho cercata come storie che vanno alla ricerca di altre storie. Come mezzo di allontanamento dalla vita, dalla routine, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura. Per lasciare che le sue parole mi sorprendessero e m’inducessero a provare moti di compassione che prendono quando si è insoddisfatti della vita. Per comporre una melodia che conducesse altrove: svuota la mente, induce a smettere di riflettere su ogni cosa e limitarci ad essere.
Quando la salutai provai una strana sensazione nel petto. Era dovuto dalla storia che Coelho aveva sussurrato al mio orecchio? Forse. Un’eco, un sussurro, che aveva reclamato la mia attenzione, spazzando completamente via la storia della mia vita.
Veronika non aveva niente che potesse considerarsi come una valida ragione per togliersi la vita. Il suo desiderio di morire, – indetto da insoddisfazione morale, fantasie represse nei riguardi di qualcosa o qualcuno, o paure di vivere nell’errore – non aveva niente di inquietante. Non era l’atto in se a turbarmi ma l’idea che potesse compierlo a darmi qualche preoccupazione. Se Veronika era così insoddisfatta come diceva era di sicuro determinata a compiere questo gesto sconsiderato. E se era determinata significava che sarebbe morta. Come poteva essere altrimenti?

Tutti viviamo in un mondo nostro. Ma se guardi il cielo stellato, ti accorgi che tutti questi mondi diversi si combinano, formando sistemi solari, costellazioni, galassie.

Con le sue divagazioni sull’esistenza di Dio, di un mondo che si combina o si fonde con altri mondi, l’anima completamente appagata – perché solo adesso la vita ha un senso -, Veronika decide di morire è un libriccino dalla mole piuttosto ridotta ma unico nel suo genere. Scene di vita in un caleidoscopio di situazioni critiche. Cisterna che non supera mai i limiti, ma che custodisce desideri, sogni, speranze di personaggi rosi dai dubbi e dalle inquietudini.
Un romanzo che è una nostalgica poesia sul senso della vita. Flagello dell’anima e quasi unica via di redenzione trovata.

In un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA SCOPA DEL SISTEMA, D.F. WALLACE

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Labirinti, di David Foster Wallace; recensione di Massimo Colonna. Buona lettura!

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Visionario. E anche di più. Delirante, se vuoi provare a comprenderlo. Se lo guardi da lontano. Se invece cerchi la storia, non ne esci vivo.

C’è un secondo messaggio solo se lo si osserva da lontano. Solo se si guarda la storia non nello sviluppo particolare, ma come un fiume che ti passa davanti. L’intreccio tra fatti e personaggi è talmente complesso che ad un primo sguardo può sembrare tutto troppo complicato. Ma in questo sta il secondo messaggio, il messaggio visionario.

La protagonista va alla ricerca della nonna scomparsa. In mezzo ad un delirio di fatti, racconti brevi ficcati ovunque, testimonianze e personaggi, alla fine la protagonista (che tra l’altro ha lo stesso nome della nonna, tanto per facilitare il lettore) semplicemente sparisce. Non si sa se ritrova la nonna e non si sa se decide di seguire gli altri o di fuggire da sola.

“Credo che questo tizio qui sia il barbiere che rade solo e tutti quelli che non si radono da sè. Il dilemma è se il barbiere si rada da sè o meno. Credo sia questo il motivo per cui gli è esplosa la testa”

Lenore scappa da tutto: dalla storia, dai personaggi che la inseguono, dal lettore che vuole sapere. E va da sé. Non gli importa del contesto. Tanto che il libro finisce con una frase tagliata: “Puoi fidarti di me. Io sono un uomo di”. Fine. Grande prova visionaria per David Foster Wallace.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LABIRINTI, M. VAN DER TOORN

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Labirinti, di Maggie Van Der Toorn; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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Ho lasciato la caverna, il buio, l’ignoranza ed ora che la mia anima è apolide, e il mio spirito vola alto, ricordo quel piccolo miracolo di una lama di luce, che da quel giorno mi scalda anima e cuore.

Oggi presento un libro di racconti, Labirinti, di Maggie Van Der Toorn.
Prima di commentarlo, una piccola premessa. Ho aspettato diversi mesi prima di leggerlo. Me lo regalò lei stessa a dicembre 2014, durante una presentazione a Cattolica.
Ho atteso perché avevo un sincero timore di non recensirlo positivamente, giacché ho sempre diverse remore verso i racconti. Non è facile creare in poche pagine una storia che sappia donare realmente qualcosa al lettore. Sono convinto che in molti provino, in pochi riescano.
Dunque partivo già prevenuto. In più, Maggie mi ha sempre colpito come persona. La conosco poco, ma ho sempre apprezzato quel raro dono del sorriso negli occhi, la percezione di avere davanti una donna che sa guardare il mondo con il dono della meraviglia.
E, dunque, se non mi fosse piaciuto il libro, come criticarlo a una persona così?
Poi l’ho letto, ed è accaduto che non mi sia piaciuto. Di più.
Maggie ha il rarissimo dono di saper costruire in pochissime pagine perle che trasmettono il profumo della vita, che non si concludono lasciando il lettore a mani vuote, ma donano riflessioni che dalla mente scendono al cuore.
Maggie ha la capacità di narrare con leggerezza frammenti di vita. Sa attivare la ricchezza di immagini che ongi individuo ha dentro. E guarda caso scrive: immaginai di essere io il suo strumento e abbandonarmi alla sua bravura nel far risuonare la mia musica.
Non so dire quale sia stato il racconto più bello, posso rivelare quali mi abbiano colpito di più.
Il primo è Crescere. Sono parole di un figlio a una madre, ha il sapore di una lettera di addio, eppure sono pensieri di un quasi nato prima della sua nascita. La sola separazione è dall’essere simbiotici al diventare due esseri con respiri diversi. Ho visto la congiunzione tra la vita e la morte.
L’ho fatto leggere a una persona cara che ha perso la madre e ancora ne piange la perdita. Le sue lacrime miste ai sorrisi mi hanno confermato tutte le sensazioni che il racconto mi aveva donato.
L’altro racconto è Pensieri circolari. Qui Maggie sceglie il contesto della stazione Termini per seguire i pensieri degli astanti, l’uno chiama l’altro, fino ad arrivare a lei e a un bellissimo saluto che chiude il libro (Osservo e percepisco questa realtà, come un fluire di pensieri comuni, collegati, in continua perenne evoluzione(…) Salgo. Si parte. E’ ora di tornare a casa. Arrivederci Roma. Sono arrivata a Termini, o scusate… al termine). Ho riconosciuto anche una persona tra esse, che spesso si vede a Termini perché ha fatto della stazione la sua casa. Avrebbe potuto agganciarsi ad altri mille pensieri, non mi sarei stancato di seguire con lei la ricchezza dell’uomo.
Il flusso di pensiero è lo stesso che si ritrova nel libro, dove l’unico fil rouge che lega una narrazione e l’altra è la capacità di Maggie di fissare un frammento, incastonarlo in una prospettiva di luce e fartene dono, arricchendolo spesso con metafore davvero gradevoli.
Cosa criticarle? Se volessimo cercare il pelo nell’uovo, i dialoghi un po’ monotoni nel primo racconto, che richiama un po’ il Dorian Grey di Wilde (Per sempre) o ancora il racconto Io (le) lei (la), che non ho compreso.
Per il resto non ho null’altro da criticarle, ho solo una voglia da confessarle. Leggere un suo romanzo. Quasi ogni volta che iniziavo un suo racconto, mi ritrovavo a pensare che era bello ciò che leggevo, e che mi sarebbe piaciuto che l’intero libro susseguisse quella storia.
Labirinti è consigliato perché sa donare arte, e l’arte sa rinarrare ciò che il lettore ha dentro e ciò che è attorno a noi, in una luce nuova.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’OSPITE DI DRACULA, B. STOKER

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’ospite di Dracula, di Bram Stoker; recensione di Caterina Armentano. Buona lettura!

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Definiti da Steven King “assolutamente magnifici” i quattro racconti di Bram Stoker sono una pietra miliare della narrativa gotica horror mondiale. Con questa raccolta Stoker riconferma il suo talento e la straordinaria capacità di destreggiarsi in trame dal forte impatto emotivo, dove non solo si vanno a scavare le paure più nascoste, insite nell’animo umano, ma la Natura diventa alleata del “male”.
Ne’ “L’ospite di Dracula” l’angoscia, il tormento del protagonista vanno di pari passo ai cambiamenti atmosferici e al rapporto uomo-natura. La superstizione e le credenze religiose vanno a braccetto, insieme agli usi e costumi degli inglesi e dei tedeschi. Racconti brevi che racchiudono un mondo e che rappresentano in maniera minuziosa quella che poi sarà il grande capolavoro di  Dracula. 
I racconti di Bram Stoker sono tra i più interessanti e ineguagliabili che un appassionato del genere horror-gotico possa avere la possibilità di leggere. C’è tensione e la trama è tessuta con un filo psico-horror da far accapponare la pelle. Stoker non racconta di fatti fuori dall’ordinario ma, trasforma le paure più comuni: come un gatto diabolico, la possibilità di essere rapinati, di  vivere in una casa maledetta, in realtà.

I racconti che ho letto sono quattro: L’ospite di Dracula, il primo (Il mio preferito). Capitolo introduttivo di Dracula-romanzo, una volta eliminato dalla pubblicazione, (non per volere dell’autore) Stoker non seppe più cosa farne. Sarà pubblicato solo in edizioni straordinarie.
Una storia allucinante:  Jonathan Harker, giovane assistente legale, personaggio perno in Dracula, in questo racconto  si ferma in Bulgaria per soggiornare alla locanda “Quattro stagioni” e decide di fare una corsa in carrozza ma, il locandiere lo avvisa di rientrare presto  perché è la sera del “Walpurgis Nacht” ma, l’uomo da buon inglese testardo fa di testa sua e va a mettere il naso dove non dovrebbe, facendosi lasciare dal cocchiere in una strada che conduce a un villaggio abbandonato. Qui si entra nel vivo della storia: la Natura cambia, si trasforma, diventa nemica e lascia che le ombre filtrino attraverso il terreno e prendano forma. I nostri peggiori incubi si materializzano, ciò che di più inumano e abominevole appare e scompare come un gioco di luce. Un racconto che ci tiene con il cuore in gola, che ci fa chiedere quale sia il confine tra realtà e fantasia ma, soprattutto ci pone dinanzi alla morte, una dipartita surreale che quando si riesce a evitare non ci lascia con un sospiro di sollievo ma pieni di dubbi e di paure.

Il secondo racconto è  La Squaw. Una coppia appena sposata, in viaggio di nozze, incontra un gentiluomo inglese che si aggrega ai due durante il viaggio. Accade che durante una passeggiata l’uomo, non volendo, uccide il cucciolo di un gatto. Anche se rammaricato, il gentiluomo esalta con  ironia l’accaduto, ridendo soprattutto dell’atteggiamento della bestia che mostra un vero e proprio cambiamento: i suoi occhi sono carichi di odio, cerca vendetta.
Devo dire che il gatto che insegue l’inglese fa davvero impressione. Da sempre i felini sono considerati animali dalle doti magiche e malefiche e questo racconto racchiude tutta l’essenza di tali credenze. La gatta, non solo decide di vendicarsi, ci riesce e anche in maniera raccapricciante!

Il terzo racconto è  Il funerale dei topi, dal taglio “cinematografico”, in cui le scene sono  allucinanti e dal ritmo incalzante. Il protagonista, girando per le strade di Parigi, finisce nei sobborghi della città, scontrandosi con gli “straccivendoli”. Un affresco minuzioso delle loro condizioni di vita, e del rapporto che vivono con gli stranieri. Il protagonista si attarda a discutere con due di loro e presto cala la sera, solo allora si rende conto che è circondato da altri “straccivendoli” e che per avere salva la vita dovrà correre e lottare, non solo contro l’uomo ma anche contro la Natura e contro i topi, i veri padroni del sobborgo… Una fuga adrenalinica fatta di tentativi esasperati di avere salva la vita.

L’ultimo racconto è La casa del giudice in cui il protagonista, laureando in matematica, per poter terminare la tesi si rifugia su un’isola, in una casa abbandonata. Nessuno vuole acquistarla o affittarla in quanto considerata maledetta. In passato vi aveva vissuto un giudice spietato, che aveva fatto impiccare tanti poveri malcapitati. Il ragazzo, scienziato votato alla logica, vi si stabilisce, ben presto scopre che il ritratto del giudice ha occhi che brillano di una luce spettrale e rumori, suoni invadono il luogo.
In questo racconto ci sono tutti gli elementi dell’horror classico: la casa abbandonata, la maledizione, il quadro malefico, il male che ritorna.

Posso dire che tutti i racconti hanno molti elementi in comune: sono scritti in prima persona (tranne l’ultimo) e questo rassicura il lettore sull’incolumità del protagonista, almeno per quella fisica. In più l’ambientazione è dettagliata e per nulla noiosa. Si viene trascinati con facilità a Parigi, Francoforte, Monaco, Benchurch, calati in un periodo storico che spinge dalle pagine per darci la possibilità di un salto temporale non solo spaziale ma qualitativo, perché Stoker racconta spezzoni di storia che hanno fatto la Storia. Racconti “colti”, in cui la Natura ogni volta muta e cambia e dove i dettagli sono importanti. Una scrittura fluida, moderna e “visionaria”, colma di percezioni e di immagini ( non sempre allegre ma ad effetto!).
Un’ottima lettura che consiglio agli amanti del genere e a chi vorrà avvicinarsi all’horror leggendo piccole perle pregiate.