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LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’ULTIMA CANZONE, N. SPARKS

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’ultima canzone, di Nicholas Sparks; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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La vita, ora lo capiva, assomigliava a una canzone. Al principio c’è il mistero, al termine la conferma, ma nel mezzo ci sono le emozioni che arricchiscono l”intera esperienza.

Mi è davvero piaciuto essere stata per qualche ora a Wilmington, nel North Carolina. Diversa gente, diversi colori, diverse storie. Penso a come siano davvero strane le sorprese che talvolta ci riserva la vita. O forse quel che mi facevo succedere? Con l’approssimarsi del mese d’agosto, accettando la sfida letteraria indetta su Facebook, avevo preso in mano la situazione, avevo cominciato a guardarmi intorno con altri occhi. Sarebbe stata una storia dal sapore dolce amaro a fiondarmi fra le pagine di un romanzo più acclamato degli ultimi tempi, a stare con Ronnie e Will. Certo che un certo <<disagio>>, come mi piace ogni tanto chiamarlo, aveva una sua faccia oscura, inquieta; ma ne aveva anche una di luce, potenzialità, rinascita. Questo <<disagio>> mi fece scoprire e, con gli anni, apprezzare Nicholas Sparks a cui non avrei mai prestato attenzione, se non fosse dovuto dal mio impellente bisogno di riprendere in mano una delle opere più celebri dell’autore. Forse qualcosa dentro di me esigeva un ricordo, ed ecco che leggo di un padre prostrato dal cancro…. per farmi ricordare. Santo cielo, pensavo proprio un bel ricordo!
Eppure, questo consumarsi lentamente fra la vita e la morte mi era entrato sotto pelle, quel treno che conduce al paradiso che si impantana in stazioni umidi e soffocanti, non in maniera spropositata ma nemmeno ridotta, mi dava pensiero. E’ un po’ quel genere di domanda che ancora la scienza non riesce a dare una risposta, anche se penso che la catena di eventi che determinano il nostro personale destino dipenda proprio da noi stessi. Ho avuto l’impressione di assistere ai vani salti di un acrobata che volteggia per aria fra un trapezio e un altro… finché una delle sbarre manca alla presa. Così la mia mente concepiva la condizione di Steve, precipitando nel vuoto.
Ero consapevole che, pur con tutto l’entusiasmo che mi era venuto per Ronnie e per il suo amato Will, non potevo seriamente ignorare l’ipotesi di sprofondare, giorno dopo giorno, in un sotterraneo buio in cui non avrei trovato limiti, da cui non conosco la fine e che forse non aveva via d’uscita. Forse ero io stessa vittima di un grande tormento interiore, ma la situazione era questa: triste, irrimediabile. Certamente Steve avrebbe trovato la giusta strada per ritrovare la pace, ma non riuscivo a capacitarmi del perché la vita sia così ingiusta. Mettere fine anche alla sua produzione di cellule impazzite. E il solo fatto che dovessi assistere impotente a tutto ciò aumentava il fastidio che il mio aiuto non sarebbe servito a niente.
Con la mia solita poltrona preferita, su cui partii all’ultimo minuto, mentre il sole stava per tramontare, tornai a Wilmington e mi ritagliai, felice, un posticino tutto mio.
Era ciò che volevo.
La notte volavo su una spiaggia dorata, vegliata dall’acquoso bagliore della luna, in un mondo che non era poi così lontano dal mio ma in cui mi sono persa completamente. Camminando lungo il mare e un nido di testuggine, osservando impunemente due giovani ragazzi che, punzecchiandosi, contemplavano il piccolo nido, dando l’impressione di essere loro stessi rinchiusi in un guscio.
Presi tutta questa tenerezza come qualcosa d’infinitamente dolce. E leggere L’ultima canzone, dunque, è stato come sognare ad occhi aperti. Un incanto. Parole che traboccano fiducia, ricordi deteriorati dal tempo, che si infrangono come un’onda sulle sponde del tempo, amori passionali e struggenti cui è impossibile non farsi cullare. Emozionarti anche quando ripercorro mentalmente gli anni in cui si resero conto di provare immancabilmente un inspiegabile sentimento, fatto di gioia e dolore. Il desiderio di voler tornare indietro nel tempo per spazzare via tutta la tristezza, ma con la sensazione che, se lo avrebbero fatto, se ne sarebbe andata anche la gioia. O, i ricordi che vengono assimilati e accettati come una condanna, lasciandoli che li guidino tutte le volte che si affacciano alla loro memoria.
Con L’ultima canzone ho avvertito il piacere di sentire sulla pelle la poesia o il toccante romanticismo che, con grazia e incanto, evoca perfettamente dalla sua penna al fine di rendere i suoi romanzi come una certezza assoluta nel panorama della narrativa romantica. Tipici racconti che generano ansia e batticuore. Dove il sentimento amoroso viene enfatizzato ed esplicato mediante poesia: come espressione di idee, emozioni e sentimenti dei protagonisti o metafora di solidarietà e conforto.
Romantico e scorrevole, sin dalle prime pagine, L’ultima canzone è stata una lettura davvero molto bella e coinvolgente. Una storia comune e molto realistica, che riesce a penetrare, membrana dopo membrana, nei cuori di due innamorati nati sotto una cattiva stella, e un padre che, dal palcoscenico artificiale della vita, osserva la clessidra del tempo scorrere come in un palmo di una mano. Osannare l’amore intenso di un padre che dovrà abbandonarsi a un destino così crudele e egoista, che lo condurrà dinanzi a una strada che non è più in salita ma in discesa.
Guazzabuglio di immagini dalle diverse tonalità, serie di sfumature, dalle più chiare a quelle più scure o viceversa, ritratto umano terribilmente realistico e coinvolgente di protagonisti di amori tragici e dolorosi, L’ultima canzone è per me un po’ di tutto questo. Pagine che palpitano, in cui possiamo riconoscere un pezzo di noi stessi, scovare così a fondo i sentimenti degli esseri umani, di cui Sparks dà qui l’ennesima conferma della sua straordinaria sensibilità e bravura.
Ci sono persone che possono convivere con la loro coscienza, fino a un certo punto. Loro vedono sfumature di grigio dove io vedo solo bianco e nero…

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: VERONIKA DECIDE DI MORIRE, P. COELHO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Veronika decide di morire, di Paulo Coelho; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Se un giorno potessi uscire da questo posto, mi permetterei di essere folle, perché lo sono tutti. Gli uomini peggiori sono quelli che non sanno di esserlo, perché continuano a ripetere ciò che impongono gli altri.

Con la storia di Veronika persi completamente il senso del tempo. La sera ascoltavo la sua storia, scritta in quelle che non sono altro che pagine della sua memoria, che si trascineranno fin quando non esalerà l’ultimo respiro, senza prendermi la briga di alzare gli occhi dalle pagine.
Le parole scorrevano dalla punta di una penna invisibile su un foglio evocando all’orecchio la voce della piccola Veronika. Pendevano dalle mie braccia e indugiavano sulla mia testa: finestrelle aperte su un mondo che offrivano allo sguardo lo sfavillante spettacolo di un mondo completamente sconosciuto ai miei occhi. Gruppi di boliviani che suonano in piazza, in un pomeriggio invernale. Una ragazza insoddisfatta, sola che ha bisogno degli altri per essere felice che vaga come un’anima in pena in un posto dove le persone non si vergognano di essere etichettate come matte. Ed io che, stregata dall’aura lucente di Veronika, dal bagliore acquoso della luna che, come un’indescrivibile sensazione di benessere, mostrava la propria eternità, seguivo scrupolosamente ogni sua mossa. Veronika che proiettava la sua malinconia fino al mio cuore caldo rinchiuso nella cassa toracica, dove si dilatava e contraeva ogniqualvolta s’imbarcava in una dei suoi eccentrici comportamenti.
In ogni parola erano conservate scatole con dentro racchiuse tante vite. Scatole che contenevano dettagliatamente i particolari sulle persone che, come anime dannate ma contrite, erano sparse intorno a Veronika. Scatole piene di vita di cui Veronika non sa cosa farsene, ma che arricchiscono questo splendido scenario. Dalla mia prospettiva, così evocativo ma distante, di cui tuttavia si riesce a scorgere l’attività che vi ferve. E, come un sogno breve e senza senso, in una rapida discesa conduce alla vita che sta ormai appassendo nella quiete mattutina. Fra il fragore delle macchine, in un istituto psichiatrico che freme vita, su uno sfondo luminoso e quasi rassicurante di un astro che placa tutta la superficie, prima della sua inevitabile decadenza.
Non conosco le ragioni per cui abbia amato la storia di questa strana ragazza che in meno di ventiquattro ore popolò le mie notti.
Una figura quasi ipnotica che brucia nella mia testa vivida e bellissima, nell’anticamera della morte, scuote la testa e arriccia le labbra rievocando ricordi che, come limpida acqua, escono inarrestabili dalle fessure tra le rocce di una fontana. Come si era sentita fluttuare fra le nuvole, quando un ammiratore sconosciuto le aveva regalato un fiore. Il senso di pace che le comunicava osservare lo spicchio della luna. Io mi sono avvicinata, attratta verso di lei come una falena. Ed, quando ero nel suo cerchio magico, avvertii un forte sentimento: l’odio profondo che gli impedì di scoprire le altre Veronika che dimorano dentro di lei e che erano interessanti, folli, curiosi, coraggiosi, audaci. Ma che, per spegnere questo sentimento, si volgeva alla luna e attaccava con una sonata, in suo omaggio, sperando che lei l’ascoltasse orgogliosa.
Con il silenzio opprimente della notte, l’ho cercata come storie che vanno alla ricerca di altre storie. Come mezzo di allontanamento dalla vita, dalla routine, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura. Per lasciare che le sue parole mi sorprendessero e m’inducessero a provare moti di compassione che prendono quando si è insoddisfatti della vita. Per comporre una melodia che conducesse altrove: svuota la mente, induce a smettere di riflettere su ogni cosa e limitarci ad essere.
Quando la salutai provai una strana sensazione nel petto. Era dovuto dalla storia che Coelho aveva sussurrato al mio orecchio? Forse. Un’eco, un sussurro, che aveva reclamato la mia attenzione, spazzando completamente via la storia della mia vita.
Veronika non aveva niente che potesse considerarsi come una valida ragione per togliersi la vita. Il suo desiderio di morire, – indetto da insoddisfazione morale, fantasie represse nei riguardi di qualcosa o qualcuno, o paure di vivere nell’errore – non aveva niente di inquietante. Non era l’atto in se a turbarmi ma l’idea che potesse compierlo a darmi qualche preoccupazione. Se Veronika era così insoddisfatta come diceva era di sicuro determinata a compiere questo gesto sconsiderato. E se era determinata significava che sarebbe morta. Come poteva essere altrimenti?

Tutti viviamo in un mondo nostro. Ma se guardi il cielo stellato, ti accorgi che tutti questi mondi diversi si combinano, formando sistemi solari, costellazioni, galassie.

Con le sue divagazioni sull’esistenza di Dio, di un mondo che si combina o si fonde con altri mondi, l’anima completamente appagata – perché solo adesso la vita ha un senso -, Veronika decide di morire è un libriccino dalla mole piuttosto ridotta ma unico nel suo genere. Scene di vita in un caleidoscopio di situazioni critiche. Cisterna che non supera mai i limiti, ma che custodisce desideri, sogni, speranze di personaggi rosi dai dubbi e dalle inquietudini.
Un romanzo che è una nostalgica poesia sul senso della vita. Flagello dell’anima e quasi unica via di redenzione trovata.

In un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA CUSTODE DI MIA SORELLA, J. PICOULT

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo La custode di mia sorella, di Jodi Picoult; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Chiunque tu sia, c’è sempre una parte di te che desidera essere qualcun altro e quando, per un millesimo di secondo, il desiderio si realizza, è un miracolo.

Ultimamente, leggo storie di donne forti e allo stesso tempo fragili in cui finisco per essere fatta a pezzi, in pezzi così piccoli che non rimane abbastanza, di me, per rimettermi insieme.
Una vocina nella mia testa dice che l’intensità di un emozione non può essere misurata in alcun modo se non la si riconosce nella sua natura. Probabilmente è quello che faccio io, ogniqualvolta leggo romanzi di questo tipo. Mi lascio cullare dalla corrente del sentimento, confondendo la realtà con la fantasia scambiando qualche volta ciò che mi circonda realmente e quello che accade nella mia testa. Perciò, quando ho letto di Anna, di sua sorella e dei ricordi del passato – detriti trascurati di una vita lontana – ho richiuso il romanzo in una finestra virtuale, mi sono seduta alla scrivania e, con la mano appoggiata sulla fronte, ho cominciato a pensare: quello che faccio sempre, ogniqualvolta la melodia sprigionata dalle parole è troppo solenne. Così penetrante, per non colmare il nostro cuore di una dolce litania.
Una famiglia come tante altre stava lentamente per perdere l’equilibrio. La pace. La serenità. Anime dannate, peccaminose, che camminano sul sentiero della vita come se non avessero ragione alcuna di vagabondare nell’immensità di questo cosmo. Ognuno diretti verso una strada senza uscita, un tunnel in cui è impossibile scorgerne la luce, guidati dalla voce carezzevole di un adolescente che, quando vede la sorella Kate lentamente avanzare verso un abisso lungo in cui non si riesce a scorgerne il fondo, vorrebbe donargli la vita. Aprire una porta sulla sua anima ed entrarci dentro.
La custode di mia sorella è stato quel romanzo che, rinchiuso in una finestra luminosa dall’aria vaporosa, ha sedotto e rovinato il mio animo, trasportandomi dalla corrente sinuosa del tempo.
E’ stato incredibile come, in un paese straniero in cui non si conoscono gli abitanti, in un turbine di sogni e desideri, si sono intrecciate e sovrapposte le azioni di pedine ignare di un disegno che sfugge alla mia comprensione. Contrite per aver negato la vita e tutto ciò che ne consegue, rimpianti che dilaniano la loro anima di ciò che avrebbero potuto fare o ciò che avrebbero potuto essere, negando la realtà fino a rimanere completamente soli. Incompresi… Per quanto tempo abbiano cercato di rimediare agli errori del passato, per quante cose abbiano fatto per ripristinare il loro universo personale, circondati da una cappa di silenzio, intessuto da pesanti perle su conversazioni troppo delicate.
Mi considero un’inguaribile romantica e, immergermi in storie d’amore o d’affetti che fortificano ma distruggono, leggerle con gli occhi colmi di lacrime, viverle con coraggio, speranza e fiducia, mi ha sempre permesso di scorgere, anche se in minima parte, scorci di serenità. Racconti in cui il silenzio si prolunga per quasi tutta la durata del romanzo e che, nonostante il tema trattato, appassionano, emozionano, sconcertano, inducendoci a far tesoro di quel poco che abbiamo.
Esposta ai venti lenti e noiosi della vita, come mezzo di allontanamento dalla routine, dal tempo, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura, Jodie Picoult ha composto una melodia che strazia il cuore, annienta lo spirito, induce a provare quell’emozione indefinibile che prende quando leggo storie strazianti come queste.
E’ possibile che, in un momento sconosciuto della sua vita, abbiano preso il sopravvento e, rimanendo lì, ai bordi della sua anima, si mossero agili e decise, come creature sensibili che vivono di vita propria trasmettendo emozioni indecifrabili. Perlomeno questo è quello cui riesco a definirle, quando penso alla genesi del romanzo. Quando m’imbatto in storie che mi fanno sentire strana. Combattuta. In balia di sensazioni particolari che nemmeno io riesco ancora a spiegarmi.
La custode di mia sorella è un grido colmo di speranza lanciato ai piedi di una montagna, un piccolo colibrì che svolazza ma non riesce a spiccare il volo, una dolcezza velata di tristezza e sconforto che va a cercare sentimenti nascosti nel più intimo dell’essere, che si credevano perduti. Questa è la storia di Anna, detta Andromeda, raffigurata come una principessa con le braccia distese e le mani incatenate. Questa è la storia di Kate che, se non gli fosse stata diagnosticata la leucemia, avrebbe potuto condurre una vita normale come tutte le altre. Salire su un palco, mentre riceve un diploma di scuola superiore, o immaginarla alla festa dei suoi diciotto anni.
Due sorelle siamesi che sono state separate dalla nascita. Una ragazzina che forse non riuscirà a raggiungere l’età adulta. Una giovane donna che, per la prima volta in vita sua, non rispetta le regole. Sa che non vale la pena di lottare per qualcosa che è irraggiungibile e che, come una stella che brucia per migliaia di anni, consuma il proprio carburante così velocemente che si vede brillare a distanza. Ma, quando il carburante inizia a scarseggiare, muore, e tutti assistono alla sua fine.
In un mondo che brucia lentamente ai loro occhi, le cui immagini hanno il colore perlaceo delle lenzuola appena lavate, da cui fuggono con la speranza di poter catturare la gioia di vivere in sporadici momenti. Urlando dinanzi all’ignoto, lanciandosi all’assalto dei propri dolori, pur di illudersi di poter salvarsi. Liberi di scegliere il loro destino, esorcizzando le paure, gridando la loro voglia di esistere.
Io e la famiglia Fitzgerald ci siamo incontrati inconsapevolmente, scoprendoci ai confini di una realtà dura e ingiusta, in uno stato di disperazione morale privo di alcun ragionamento sensato. Come se animata da un sogno, non ho dato peso a quello che mi circondava, se non che lasciarmi sprofondare in questo spazio senza fondo. Condividendo il loro dolore come un modo per rafforzare la nostra unione; varcando la soglia di un appartamento dove non posso riconoscere nulla di mio ma in cui ho potuto inserirmi; circondandomi del loro calore e curandomi attraverso la speranza.

Ci sono cose che facciamo perché ci convinciamo che sarebbe meglio così per tutti. Ci raccontiamo che è la cosa giusta da fare; quella più altruistica. E’ molto più facile che dire a noi stessi la verità.

Un romanzo che affronta anfratti bui, paradossi dell’anima, scoprendosi in una moltitudine infinita. Una fiaba triste che parla di solitudine, sogni persi e ritrovati, del dolore per la perdita di una persona amata, che, concependo la drammaticità come qualcosa di talmente grande da risultare vistoso, o quantomeno rivelante, mi ha trasmesso un forte senso di malessere e sconforto che, volteggiando nell’aria come minuscoli granelli di polvere, inducono a provare una tristezza incurabile.

Una gioia è semplicemente una pietra sottoposta a un calore e una pressione enorme. Le cose straordinarie si nascondono sempre in posti in cui la gente non pensa mai di cercare.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: AVRO’ CURA DI TE, M. GRAMELLINI

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Avrò cura di te, di Massimo Gramellini; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Amarsi è l’opera d’arte di due architetti dilettanti di nome Io che, sbagliando e correggendosi a vicenda, imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva. Noi.

E’ terribilmente difficile restare impassibili a una storia profonda come questa, quando la luce che indica il cammino dei protagonisti è troppo luminosa persino per i nostri occhi deboli… E’ terribilmente difficile ignorare il brusio sommesso di una ragazza, che ha cercato nel matrimonio la sicurezza che aveva inseguito per tanti anni invano, fra le pareti di casa, in una lunga discesa di emozioni ingannevoli, quando scopri che è venuta al mondo non per strisciare a terra come un bruco, ma per tramutarsi in farfalla e spiccare il volo. In un mondo invisibile agli occhi, si guarda attorno nell’oscurità del suo animo, si aggira come una sagoma vibrante di luce, catapultandoci in una dimensione dove il cielo ha il colore degli oceani e le nuvole assomigliano a schiuma bianca infranta sugli scogli.
Gioconda ricorda il bruciore di una ferita non ancora rimarginata. Quel momento in cui decise di lasciarsi andare, mettere a tacere la sua voce interiore non per perdonarsi gli errori commessi in passato ma per accettarsi; così piccola, smarrita, terrorizzata, costretta a sbagliare. Come il primo segno di un nubifragio che si addensa inesorabilmente sul suo destino, tramando alle sue spalle e crescendo all’ombra della sua completa incoscienza, quella benedetta ignoranza che ci aveva fatto ritenere Giò un angelo biondo disceso in terra. Con un passato problematico alle spalle, una sfilza di sogni infranti con esperienze terribili.
In fin dei conti, è proprio questo il bello dell’essere umani: non riusciamo a riparare i danni inflitti alla nostra anima. Temiamo il passato, accettiamo la realtà come se rotolassimo un’ascia fra le mani, colpendo a caso tutto ciò che è della nostra portata. Rimaniamo soli, e non capiamo più niente.
Eppure, ogni cosa richiede tempo. A volte pensiamo che sia qualcosa destinato a durare in eterno, ma non è così. La vita è una continua tempesta di cambiamenti e, mentre noi affoghiamo nel dolore o nella disperazione, una catena di eventi tesse inevitabilmente il nostro personale destino. Ci riserva una serie di occasioni, opportunità che, se ignorati, potrebbero tramutarsi in rimpianti. E, pur quanto questa cosa sia terribilmente ingiusta, talvolta è un semplice contatto che ci fa ritrovare nella nostra solitudine. Fino al giorno in cui spireremo e leggiadre saliremo al cielo tra le avverse stelle.

Tu esisti davvero soltanto quando non pensi. Perché è quando smetti di pensare con la testa che cominci a sentire il cuore. E’ quella la tua identità.

Gioconda e Filemoné hanno scoperto questa magia confinandosi ognuno nel proprio spazio, come le orbite di due satelliti che s’incrociano per caso. Ritrovandosi nella loro solitudine, svuotando la mente facendo muovere la mano su un foglio bianco. Dopo tanto tempo trascorso nell’ombra, tornando alla luce, dando vita a una scrittura che sorprende così come i pensieri.
Un sudario di oppressione e smarrimento, che avvolge le loro fragili membra come una vestaglia troppo ingombrante, cominciò a diradarsi nel momento in cui poterono scorgere la luce in un mare di solitudine. Quando si connettero a un livello così intimo da esserne completamente travolti, spogliandosi e lasciandosi guardare completamenti nudi. Neutralizzandosi, confessando tutto con spontanea volontà sensazioni particolari che fanno vibrare il vuoto, mediante parole macchiate di tormenti neri come l’inchiostro. Non una scelta che sia stata dettata da qualcuno, piuttosto un modo
per aprire il cuore e tuffarsi con naturalezza. Come la pagina bianca di un diario riempita per evitare che la realtà ci sovrasti; come una confessione sussurrata dalla soglia della nostra insoddisfazione morale; come un tentativo di aprire il nostro cuore ad un amico, perché allora ci rendiamo conto di come l’ostacolo sia insormontabile.

Non esiste un modello unico di amori. Ci sono storie che nascono per lasciare segni concreti del loro passaggio e altre che servono solo a far vibrare le corde dei sogni.

Avrò cura di te è una canzone d’amore, un vano sforzo di un cuore fragile e infranto il cui ritmo e contenuto è così sensibile da incantare. Una lieve carezza che sfiora il viso e che conquista per la sua indubbia dolcezza. Una novella che splende forte e scalda i cuori di chiunque e che, limpida come il cielo ingombro dalle nubi, muta gli stati d’animi, donandogli una forma diversa.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: DAVID COPPERFIELD, C. DICKENS

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo David Copperfield, di Charles Dickens; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Il grande ricordo che segna quel tempo nella mia mente, sembra aver inghiottito tutte le memorie minori, ed esistere solo.

Ci sono moltissime passioni che rispondono nel modo più perfetto ad un determinato uomo. Divengono timone e vela della nostra anima navigante e spargono ovunque un pizzico di follia. Personalmente, se dovessi esprimermi per metafore, ho sempre considerato le passioni come una sorta di vertigine alla nostra ispirazione. Piccole venuzze che spuntano da una fessura di una roccia che continua a zampillare senza interruzione. Si accumulano lentamente nella cavità della nostra anima e, solo dopo, attingerne qualcosa di naturale.
Per me, e per molti altri autori, le attività individuali più fertili e affidabili per il nutrimento della mia anima furono la lettura e la scrittura. E il proposito di scrivere per caso lo concepì constatando quanta gioia si celi nel catturare il pensiero astratto su pagina. Il mio stile ancora semplice e acerbo, tuttavia, mi rende consapevole di come scrivere un romanzo richiede molta energia fisica. Molto tempo e molta cura. Un po’ come correre una maratona, come dice il mio amato Murakami.
Le recensioni che scrivo, i romanzi che leggo, mi fanno prendere coscienza su qualcosa che ormai considero come una certezza: le stanze buie della mia anima trovano lucentezza, rifugio e senso di conforto nella letteratura. Un’idea folle che è nata in me quando ero ancora una bambina e che, in un momento imprecisato della mia vita, ha affondato le sue radici crescendo lentamente.
Per poter scrivere l’ennesima recensione di uno dei pilastri di tutta la letteratura vittoriana, l’autobiografia romanzata della vita del grande scrittore ottocentesco, del mio incontro con David – una lotta tra due mondi che restano tuttavia nettamente separati -, ho atteso il momento più adatto in cui le parole scivolassero nei ricordi luminosi della mia coscienza e si scontrassero contro oscure ombre, nello spazio bianco della mia camera. Per qualche momento, frustrata e insoddisfatta, osservando una pagina bianca intrappolata in una finestra virtuale dalla luce vaporosa, aspettavo trepidante che mi venissero date le parole. Scivolassero lentamente nella mia coscienza in un luogo diverso da quello di cui ero circondata fino a quel momento. E, allo stesso tempo, trasmettessero immagini nitide ma remote. Echi lontani di una realtà che ha le caratteristiche di una giardino abbandonato in cui è impossibile non provare compassione. Nutrire il nostro cuore di piccole gocce di veleno, anche se per qualche giorno. Esperienze tanto strane quanto sordide.
Mi sono circondata da fantasmi prigionieri che, in un’ incessante lotta contro il protagonista, mi si coagularono attorno. Non presero consapevolezza di se stessi persino nelle loro fantasie più nascoste, amalgamandosi a tal punto da costituire un unico essere. Seduta sulla mia poltrona preferita, completamente assorbita dalla storia, sentivo rintoccare le ore di questi intensissimi pomeriggi dedichi a David dall’orologio della mia camera. I miei pensieri erano contrastanti; non riuscivano a soffermarsi sulla tragedia che pesava nel cuore del protagonista, ma indugiavano su tutto ciò che lo circondavano. La sua infanzia, che scorre lentamente con la scioglievolezza e la dolcezza di un sogno; l’ombra incombente del suo grande dolore e, una serie di sfortunati avvenimenti, che non avevano ancora una forma precisa.
E’ una storia in cui pervade una generale malinconia, ma nel mio inconscio aspettavo che la luce di un mero sprazzo di luce rischiarasse le tenebre dell’ animo di questi fantasmi. Quel raggio di sole abbagliante che per poco tempo veniva sporadicamente rammentandogli che in ogni comunità si mescolano il buono e il cattivo, e che la fugacità di un misero atto d’amore non doveva investire inevitabilmente anche l’atto più insignificante.
Vestire i panni del giovane David, anche se per un breve lasso di tempo, entrare nel giardino delle sue avventure – non scoprendo, tuttavia, le ombre ambigue dei suoi passi -, vederlo interagire con creature che ostacolarono il suo benessere e lo indussero alla disperazione, mi ha permesso di condividere pienamente questa storia che l’autore si porta dentro. I volti che, per qualche giorno, divennero famigliari ai miei occhi, al termine della lettura, col romanzo riposto sullo scaffale, immerso nella pace del giorno, svanirono nel momento in cui erano divenute “persone”. Lasciarono dietro di loro uno spazio vuoto che aveva una sua forma. Ma a brillare nella volta celeste, ed assistere continuamente alle mie spericolate immersioni in un epoca che ha sempre destato il mio fascino, era un unico volto: quello di David che, guardandomi attorno, nella meravigliosa serenità del giorno, mi tenne compagnia più di chiunque altro. Non fu quel genere di eroe che mi ero aspettata, ma, come il giovane Pip di Grandi speranze, un giovane scrittore pieno di ambizioni che mi narrò la sua storia quasi come una lunga e profonda meditazione sul senso della vita. Scritte in quelle che non sono altro che pagine della sua memoria, che si trascineranno fino a quando metterà il punto finale, per poter così mettere a nudo una parte della sua anima per noi completamente estranea. Derivati trascurati di una vita carica di sofferenze mentali, dolori, mancanze di speranze che, come un fastidiosissimo incubo, popolarono i suoi sogni. Gettando una spettrale aria di malinconia e pervadendo i sensi in una lenta agonia.
Nel pellegrinaggio solitario della sua giovinezza, che solo una volta giunto alla fine gli permetterà di scovare la sua identità, percorrerà quelle che non sono altro che le tappe della sua vita e, riversandole in quel contenitore che è la letteratura, brilleranno come la profondità di un altura smossa da qualcosa di lucente. Invadendo completamente il mio corpo di una strana luce, compiendo un incantesimo a cui non ho saputo resistere.
David Copperfield è un’opera radicata nel territorio dell’immaginazione urbana e negli spazi urbani, in cui fa sfondo una Londra distesa in una cappa di vapore. Tragico/comico, oscilla continuamente con la stessa energia verbale cui l’autore mescola le vicende di altri personaggi. E, su uno spazio capace di mutare ogni volta, adattandosi come una pelle al ceto sociale e al linguaggio di ognuno, Dickens, costituisce un palcoscenico frenetico in cui il lungo viaggio del giovane David entra in contatto con diversi meccanismi: la famiglia, l’istruzione, la prigione.
Racconto di un uomo apparentemente forte ma fragile, disilluso, timoroso del futuro e del senso della vita, trascinante, formativo e piuttosto appassionante, David Copperfield non è solo un affresco della letteratura vittoriana. Piuttosto un affascinante intreccio di follia, passione, affetti, malessere e benessere, ma anche un meraviglioso viaggio per aver permesso sia a David sia al lettore di crescere in questa tetra solitudine. Rifocillare l’anima, quando non aveva la certezza di poterlo fare.

LIBEROLIBRO MACHERIO CONSIGLIA: RAGIONE E SENTIMENTO, J. AUSTEN

Ogni settimana, LiberoLibro Macherio si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Ragione e sentimento, di Jane Austen; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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“È l’amore un capriccio od un sentimento? No, è immortale come la verità incorrotta. Non è un fiore che si sfoglia quando la gioventù cade dal gambo della vita poiché crescerà persino in regioni aride dove non scorre acqua né un raggio di speranza inganna le tenebre.”

Sensibilità e amore. Amore e psiche. L’eterno contrasto. Semplici parole che sembrano stonare fra loro, così opache nella semplicità delle cose, silenziose e luminose che dicono più di quel che tacciano. Ma, sussurrate nel tempo davanti agli occhi del mondo, rispecchiano l’idea dell’amore o del desiderio di un mondo in cui l’uomo è oggetto d’unione alla sua anima: “l’alato Cupido che viene dipinto cieco”, come diceva Shakespeare.
Questa è una breve massima che compone il ciclo della produzione austeniana. Questa è la storia di Ragione e sentimento. Due sorelle che scoprono la natura di questo sentimento dal nulla. Due ragazze romantiche e sognatrici incuranti degli incauti sussulti del cuore che, talmente forti da dare un senso di malessere, sono state trasportate qua e là dalla corrente dell’amore, osservando l’inutilità di un mondo fatto di cose grandi e piccoli di ricchi signori acutamente consapevoli del loro status sociale. Protagoniste di un destino incerto, che li induce a scoprire la natura delle loro opinioni e azioni in contrasto alle massime preferite, descritti in tutta la loro meravigliosa stupidità e trascuratezza, conferendo un ritratto carente della vita che c’è stata. Due fanciulle ingenue e un pò bigotte che, a loro rischio e pericolo, sono scesi a patti con il vuoto morale dei loro tempi. Provando sulla loro pelle l’essenza dell’amore nella pronta immaginazione, nei modi affetti, buoni e garbati, nella più assoluta perfezione. La vita vissuta con troppa calma, con molti aspetti pieni di banalità, arroganza e artificialità. E, a dargli coraggio sul campo di battaglia, a regalargli intelligenza o coscienziosità, a sospingerle verso un lento processo di scoperta verso se stessi e il mondo circostante sono due gentiluomini che hanno già assaporato la brama lussuriosa dell’amore, per quanto bella ma malinconica. Compiacimento e bellezza. Desiderio e fedeltà. Anime inquiete che, accomunate dal senso di fratellanza, dal rispetto e dalla sottomissione nei riguardi del protettore, si sono adattati allo sfarzo e alla mentalità chiusa del tempo. Sono stati promessi sposi di giovani donne cui non hanno mai nutrito alcun sentimento d’amore, hanno avuto bambini, si sono volutamente sottomessi al volere di una madre rigida ed egoista. Non hanno mai avuto scelta. E le ragazze Dashwood sono arrivate troppo tardi, dubbiose se donare una vita di gioie e agi a un guscio ermeticamente vuoto. Al di là del benessere e della burrascosa tempesta della vita che, in un momento, potrebbe frantumarsi contro gli scogli.
A narrarci la loro storia è una tranquilla signora nubile, che ha avuto a disposizione nient’altro che carta e inchiostro. Una giovane autrice che fece di Ragione e sentimento un chiaro tentativo di difendere il senno e il ritegno per se stessa, rappresentandola in una sottilissima vena ironica, incarnata nella giovane Eleonor. Una trentaseienne romantica e sognatrice, per nulla dissimile a quelle ombre che la circondavano, alla luce tremula di una candela, appollaiate sulle sue spalle – fiaccata dalle disuguaglianze sociali e da alcuni dogmi dettati dal cristianesimo.
Il dolce richiamo a una delle più acclamate opere della letteratura inglese, che qualche anno fa mi aveva fatto conoscere una Jane Austen sentimentale, matura e profonda, è stato inconsueto e particolare. Lucido e sentimentale. E, ignorando del tutto il gusto e lo stile di quest’autrice, convenzionale e ingenuo. Speravo di farmi cullare da una bella storia d’amore e che, intessendo una trama realistica basata esclusivamente su esperienze amorose che avrei potuto vivere in prima persona, ho ascoltato Ragione e sentimento con un po’ di freddezza e distacco. Mi aspettavo di trovare, in qualunque sguardo, gesto o imperfezione, qualcosa che riempisse il mio cuore di una dolcezza triste. Il romanzo della Austen, tuttavia, non si è dimostrato come il poema armonioso, sentimentale o seducente che, io, avrei potuto avvertire immensamente. Con la sua travagliata storia di religione, desideri e lealtà, semplice e puro come l’etere. Piuttosto come un moto lento e poco rassicurante dell’anima, involontario e silenzioso che, componendo una melodia dolce e piacevole, avrebbe potuto rendermi prigioniera delle stesse colpe delle sorelle Dashwood. Zeppo di dialoghi e scevro di descrizioni di qualunque natura, nonostante gli sforzi dell’autrice, l’intimità condivisa col lettore è poverissima: c’è sentimentalismo, ma non sorretto da uno stile lirico e romantico.
E’ tuttavia un opera che non nasconde un certo fascino, in cui ho trovato nozioni e concetti concerni al secolo. La Austen è indubbiamente una poetessa romantica, affascinante, acuta nella meditazione e nella forte emotività. Scevra di passione, fremiti di autoaffermazione dell’anima, rabbia o follia. La sua voce arriva dritto nei cuori di chi legge e, pronunciando quelle giuste parole capaci d’infondere vita persino alle cose inanimate, esamina i burattini di questo teatro allestito dalle sue parole. Narrando la vita di Eleonor e Marianne quasi come fosse sua. Sciatta, imprecisa, imperfetta destinata a divenire massima di vita, d’istinto e carne. Padrona del mondo, conseguenza dello spirito a spegnersi come una candela.
Una constatazione triste e amara, quando si giunge alla fine di Ragione e sentimento, nonché disincanto del romanzo in se. Le avventure amorose delle sorelle Dashwood sono state ideate con l’intento di osservare i loro movimenti, porre dei limiti con una certa serietà in cui la Austen, nell’evidenziarli, diviene alata e inavvicinabile. Raccontate non in prima persona, ma costruite giorno dopo giorno con eventi che caratterizzano la vita di chiunque.
Ragione e sentimento è un romanzo che non va dritto al cuore ma al cervello, che trascina più razionalmente che emotivamente. Rileggerlo mi ha lasciata un po’ insoddisfatta. Desiderosa di poter assistere a qualcosa di più forte: assistere alla nascita di un amore meraviglioso, trascendentale e folle che impallidisce persino dinanzi al bagliore bruciante del sole nel limpido cielo.