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LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LABIRINTI, M. VAN DER TOORN

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Labirinti, di Maggie Van Der Toorn; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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Ho lasciato la caverna, il buio, l’ignoranza ed ora che la mia anima è apolide, e il mio spirito vola alto, ricordo quel piccolo miracolo di una lama di luce, che da quel giorno mi scalda anima e cuore.

Oggi presento un libro di racconti, Labirinti, di Maggie Van Der Toorn.
Prima di commentarlo, una piccola premessa. Ho aspettato diversi mesi prima di leggerlo. Me lo regalò lei stessa a dicembre 2014, durante una presentazione a Cattolica.
Ho atteso perché avevo un sincero timore di non recensirlo positivamente, giacché ho sempre diverse remore verso i racconti. Non è facile creare in poche pagine una storia che sappia donare realmente qualcosa al lettore. Sono convinto che in molti provino, in pochi riescano.
Dunque partivo già prevenuto. In più, Maggie mi ha sempre colpito come persona. La conosco poco, ma ho sempre apprezzato quel raro dono del sorriso negli occhi, la percezione di avere davanti una donna che sa guardare il mondo con il dono della meraviglia.
E, dunque, se non mi fosse piaciuto il libro, come criticarlo a una persona così?
Poi l’ho letto, ed è accaduto che non mi sia piaciuto. Di più.
Maggie ha il rarissimo dono di saper costruire in pochissime pagine perle che trasmettono il profumo della vita, che non si concludono lasciando il lettore a mani vuote, ma donano riflessioni che dalla mente scendono al cuore.
Maggie ha la capacità di narrare con leggerezza frammenti di vita. Sa attivare la ricchezza di immagini che ongi individuo ha dentro. E guarda caso scrive: immaginai di essere io il suo strumento e abbandonarmi alla sua bravura nel far risuonare la mia musica.
Non so dire quale sia stato il racconto più bello, posso rivelare quali mi abbiano colpito di più.
Il primo è Crescere. Sono parole di un figlio a una madre, ha il sapore di una lettera di addio, eppure sono pensieri di un quasi nato prima della sua nascita. La sola separazione è dall’essere simbiotici al diventare due esseri con respiri diversi. Ho visto la congiunzione tra la vita e la morte.
L’ho fatto leggere a una persona cara che ha perso la madre e ancora ne piange la perdita. Le sue lacrime miste ai sorrisi mi hanno confermato tutte le sensazioni che il racconto mi aveva donato.
L’altro racconto è Pensieri circolari. Qui Maggie sceglie il contesto della stazione Termini per seguire i pensieri degli astanti, l’uno chiama l’altro, fino ad arrivare a lei e a un bellissimo saluto che chiude il libro (Osservo e percepisco questa realtà, come un fluire di pensieri comuni, collegati, in continua perenne evoluzione(…) Salgo. Si parte. E’ ora di tornare a casa. Arrivederci Roma. Sono arrivata a Termini, o scusate… al termine). Ho riconosciuto anche una persona tra esse, che spesso si vede a Termini perché ha fatto della stazione la sua casa. Avrebbe potuto agganciarsi ad altri mille pensieri, non mi sarei stancato di seguire con lei la ricchezza dell’uomo.
Il flusso di pensiero è lo stesso che si ritrova nel libro, dove l’unico fil rouge che lega una narrazione e l’altra è la capacità di Maggie di fissare un frammento, incastonarlo in una prospettiva di luce e fartene dono, arricchendolo spesso con metafore davvero gradevoli.
Cosa criticarle? Se volessimo cercare il pelo nell’uovo, i dialoghi un po’ monotoni nel primo racconto, che richiama un po’ il Dorian Grey di Wilde (Per sempre) o ancora il racconto Io (le) lei (la), che non ho compreso.
Per il resto non ho null’altro da criticarle, ho solo una voglia da confessarle. Leggere un suo romanzo. Quasi ogni volta che iniziavo un suo racconto, mi ritrovavo a pensare che era bello ciò che leggevo, e che mi sarebbe piaciuto che l’intero libro susseguisse quella storia.
Labirinti è consigliato perché sa donare arte, e l’arte sa rinarrare ciò che il lettore ha dentro e ciò che è attorno a noi, in una luce nuova.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: TI AMO ANIMA MIA, NAJAA

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Ti amo anima mia, di Najaa; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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La percezione di morire non si dimentica. Si insidia nelle vene per sempre e ti rende una persona diversa, consapevole che la morte è un rapidissimo secondo e che quello che la precede, se sai che sta per arrivare, è invece qualcosa di interminabile. Una dilaniante tortura.

Caro Visitatore,
Quello che ti presento oggi è Ti amo anima mia. Una storia di violenza, romanzo testimonianza di Najaa. Il tema centrale è la violenza di genere, che Najaa ha subito da colui che ha scambiato l’amore per sottomissione.
Ho conosciuto l’autrice un pomeriggio invernale, alla stazione Termini. Avevo appena letto e commentato un suo scritto e già parlavamo di Ti amo anima mia, della difficoltà a promuoverlo, giacché scritto sotto pseudonimo, per la paura che lui potesse scoprirlo, e tornasse a perseguitarla.
È una storia reale, che va a fondo nelle emozioni, diventa testimonianza utile alle donne incastrate in situazioni simili, nonché agli uomini, per comprendere la malattia dei loro simili. Sapevo che avrebbe fatto effetto vivere nella prima persona di Najaa la storia. Sapevo che ascoltare le sue emozioni mi avrebbe portato a bestemmiare il mio stesso sesso. Ma è ora di uscire dalle categorie che i media ci hanno insegnato. Donna e vittima e uomo e persecutore vanno dissociati come termini. Esistono gli uomini e i persecutori, ed esistono le vittime che hanno il diritto di tornare ad essere donne.
Najaa usa per lo più frasi brevi come in un continuo affanno, che diventano dolorosa e malinconica poesia in prosa. Entro in lei come lettore, sento il dolore delle botte e vedo la sua vista annebbiata.
Sognare sulle oscurità del mare è magnifico, ma queste ombre sono esattamente i timori che ho dentro.
Najaa descrive il suo matrimonio squallido e costretto col ricatto dell’amore, fa sentire la solitudine al lettore. Si nota che è una storia reale, le emozioni trapassano la carta e piombano nel cuore.
Quello che è riportato è un amore borderline, che passa dalla tenerezza a varie sfumature di violenza. E per tutta la lettura mi sono chiesto: perché? Perché si accetta tutto questo?
La gola diventa secca per la solitudine e se ne prova tanta leggendo questo libro. Con un susseguirsi di indicative Najaa costruisce mattoni di solitudine attorno al lettore.
E ciò la rende un’ottima testimonianza, anche se avrei lodato maggiormente uno stesso effetto ottenuto con frasi più complesse nella loro costruzione. Qualche subordinata in più non guastava, e l’uso di continue indicative è sì funzionale al libro, ma è anche lo stile tipico di Najaa, a fronte di due suoi scritti letti, stile che spero complessifichi un poco, perché ha tutte le capacità per riuscirci.
Ciò che traspare è un amore infantile, nel senso di inconsapevole, che si annulla per l’altro, come il bambino si annullerebbe per i suoi genitori. Va specificato che il persecutore, Sajmir, è albanese, ma l’autrice è attenta a far passare il messaggio che la cultura è solo in parte la causa della violenza. C’è un male, un vuoto disagiato più profondo, responsabile della violenza e dell’accettazione della stessa, che accomuna più culture. Accomuna anche gli italiani, che a confronto agiscono in modo più subdolo, meno evidente, con più violenza psicologica, profonda, invisibile a terzi. E quando si passa a quella fisica, spesso, è già troppo tardi.
Ma l’autrice ha allargato questo aspetto, si è scagliata non contro l’albanese, non contro l’uomo. Si è scagliata contro la violenza.
So che se lo evito la sua violenza si ingigantisce e l’impulso irragionevole diventa troppo pericoloso.
Appaiono poi delle forze dell’ordine che normalizzano il terrore di Najaa. Mi verrebbe da chiedere se ancora si tenda a normalizzare o se sia cambiato qualcosa, da quando la violenza è di moda mediaticamente…
Denunciare un amore crea un conflitto senza eguali, scrive Najaa. Un conflitto che sarebbe bene non porsi più, sradicando la violenza alle radici: insegnando alle nuove generazioni empatia e rispetto, la socioaffettività, per essere uomini e donne realmente liberi di amare, rispetto ai loro padri e ai loro fratelli e sorelle maggiori.
Consigliato, per comprendere.
Da promuovere per far comprendere.
Sinossi:
Una storia d’amore finita male, tra un ragazzo e una ragazza. Dall’incontro di Najaa con Sajmir, che sembra essere l’uomo più importante della sua vita, all’innamoramento più assoluto, al matrimonio e ai successivi problemi di gelosie e convivenza. Una lotta estrema tra amore e violenza, fino al momento della verità, quando Najaa apre gli occhi e si accorge della realtà. Da questo momento inizia la storia fatta di violenza che prosegue con la rottura del rapporto, la persecuzione dell’uomo nei confronti di lei e la definitiva separazione legale.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: ANNA, C. DE LUCA

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Anna, di Cetta De Luca; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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Le donne scrutano, le donne vedono, le donne sanno.

Il libro che presento oggi è Anna, di Cetta De Luca, un’autrice che seguo e commento fin dagli esordi, capace di spaziare in più generi, di inventarsi e reinventarsi ad ogni nuova pubblicazione, così come nella vita.
Difficile trovare un fil rouge nei suoi romanzi, l’unico era la costante presenza di se stessa dentro i suoi libri, tratti della sua personalità affidati a personaggi diversi.
Simpaticamente, nel recensire Quella volta che sono morta, scrissi un invito da esorcista: Cetta, esci da questo libro!
Un’uscita compiuta con Anna, dove l’autrice scompare completamente dal romanzo e lascia una storia. Semplice e straordinaria.
Ambientato durante l’intera seconda guerra mondiale Anna si divide in tre sezioni : Anna, Della Guerra, Dell’amore. A far da sfondo un conflitto mondiale che busserà goffamente alla porta  lasciando Annina con un marito lontano e un figlio da crescere sola.
Da notare uno stile del parlato che ci rimanda all’epoca trattata e l’ormai nota capacità dell’autrice di costruire metafore d’effetto, nonché massime ben incastonate da segnare e ricordare.
Lascio al lettore la scoperta di questa piccola grande storia, l’ironia con cui i canoni di metà novecento vengono stravolti, nonché le vicissitudini della famiglia di Anna che fanno da contorno alla vicenda principale e il profumo affascinante di un paese del sud calabro.
Io voglio concentrarmi sulla figura di Anna, semplicemente complessa, innovativa. Una figura selvaggia, difficile da domare, a suo modo femminista e libera. Occorrerà molta fatica e abili stratagemmi perché Angelico riesca a farla innamorare di lui, dopo aver scoperto che non basta ottenere un matrimonio dai genitori per ottenere l’amore di una ragazza  (scoperte profonde in quegli anni!).
Quando Angelico partirà per la guerra, involontariamente volontario, Annina porterà per dieci anni avanti casa e famiglia, con una compostezza e una determinazione ammirevoli. Al marito lontano che le scrive lunghe lettere risponderà costantemente con poche righe, sempre uguali, che per lui assumeranno un valore simbolico importantissimo.
Dietro quelle righe c’è un animo che ribolle e che solo il mare riesce a contenere e placare. L’animo di una donna che si sente tradita e che chiede al suo uomo di essere tale, di saperla riconquistare, di convincerla a perdonare.
Scomparendo dietro le righe, l’autrice permette al lettore di innamorarsi di questa donna, di soffrire e gioire con lei, di chiedere con la protagonista ad Angelico di essere uomo.
Una piccola storia, che insegna tanto.
Una piccola nota critica alla casa editrice. Oltre alla necessità di rivedere il loro modo di impaginare il testo (specie i rientri di inizio paragrafo!) devono considerare che un libro senza la biografia di chi l’ha scritto è come un bambino orfano di genitore. Una delle informazioni più importanti per il lettore, dopo la sinossi, è proprio sapere chi è l’autore, rispondendo a una domanda inconscia: perché è la persona migliore per averlo scritto?
Io so perché Cetta è la persona migliore per aver scritto Anna, ma perché la conosco. Chi capiterà davanti al suo libro, se lo girerà tra le mani e noterà subito l’assenza. E spesso è proprio ciò che è assente a guidare maggiormente le nostre azioni.
Elementare, Watson! 😉

LIBEROLIBRO MACHERIO CONSIGLIA: TRINACRIME, A. VIZZINO

Ogni settimana, LiberoLibro Macherio si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Trinacrime, di Alessandro Vizzino; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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La prima volta che Alessandro Vizzino mi parlò di questo romanzo correva l’anno 2012. Era una calda giornata di luglio, in un Circo Massimo rovente. Mi confidò che stava intervistando un pentito di mafia, per scriverne una sorta di biografia. Lì per lì mi chiesi se non fosse audace immettere nel mercato l’ennesimo libro su Cosa Nostra, per giunta concentrato su un mafioso, per quanto pentito.

Poi mi sono detto che sì, probabilmente era necessario aggiungere qualcosa al già noto. Occorre continuare a parlare di mafia, perché proprio quando tutto tace che essa è più forte.

Infine è arrivata la lettura, che mi ha stupito sotto molteplici punti di vista.

Prima di tutto, mi preme sottolineare come Alessandro Vizzino sia cresciuto stilisticamente. Avevo già avuto modo di conoscere il suo talento con Sin e con La culla di Giuda, ma credo che con Trinacrime si sia superato, sancendo un passaggio fondamentale dallo status di autore allo status di scrittore.

Vizzino mi ha fatto dimenticare chi fosse nel corso della lettura, è scomparso l’amico, è scomparso l’editore, mi sono completamente lasciato trasportare dalla vita di Tonio Sgreda (nome inventato, storia e personaggio reali), dalla sua ascesa, caduta e redenzione, come recita la quarta di copertina. Mi sono lasciato cullare da parole scelte ad arte, ben incastonate tra loro, da metafore da sottolineare. Uno stile da rubare, in qualche modo. E quando si hanno queste impressioni, si è di fronte al libro che non appartiene a un semplice autore, ma a uno scrittore. E ci si ritrova a chiudere il romanzo, scorrere il nome di chi lo ha scritto, e mormorare: ne hai fatta di strada.

La scrittura di questo testo ha richiesto anni e il lavoro di fino si nota. Nessun termine o parola, persino congiunzione, è usato per caso. D’effetto è l’uso continuo del dialetto siciliano, tradotto in nota quando non comprensibile, che rende l’intera impalcatura ancora più realistica.

Lodato lo stile, passo al contenuto.

È un romanzo che assume un particolare punto di vista su Cosa nostra, svela una mafia rimasta probabilmente più nascosta, rispetto a quella Corleonese, ma altrettanto drammatica, e lo fa dall’interno, ripercorrendo la vita di chi volle vivere oltre le sue possibilità, avere tutto, essere un grande uomo, per poi ritrovarsi con un’unica speranza: morire almeno da buon uomo. Vizzino si fa portavoce di un pluriomicida, narra, ma non prende posizione, non condanna e non perdona, scelta a mio avviso molto azzeccata.

Ripercorre i nomi, pur variandoli, di chi morì negli anni bui di decenni in cui Cosa nostra primeggiava su Cosa pubblica, lo Stato, gli anni del delitto di Dalla Chiesa, gli anni del Maxi Processo, gli anni di Falcone e Borsellino.

Tutti questi elementi restano però sullo sfondo, ci sono altri uomini, come Sgreda, o altri eroi, come Giovanni Lizzio, che sono stati protagonisti di eventi, omicidi e lotte per la legalità rimaste nascoste alla storia comunemente conosciuta.

Seguendo la promozione di Trinacrime, ho notato con piacere che lo si sta promuovendo anche nelle scuole, ed è un luogo che considero essenziale, per due motivi.

Il primo risiede nelle parole di Vizzino, nell’unico commento che si lascia volutamente scappare a romanzo concluso: (Cosa nostra) è anche l’effige di un popolo che ancora non ha compreso se stesso, incapace di fraternizzare, non in gradi di riconoscersi, prima ancora che in una sola bandiera, in un unico afflato. (…) Cosa nostra non sarà mai vinta individuandone e arrestandone gli elementi, prima o poi ne nasceranno di nuovi; non basteranno dieci Falcone, mille Borsellino o diecimila Lizzio, pur nella loro fulgida generosità. Cosa nostra morirà soltanto quando tutti noi, da italiani e da esseri umani, sapremo scacciarla dalle nostre menti, da distorte abitudini, da un’ancestrale cultura, consci che un pezzo di Cosa nostra, in un modo o nell’altro, è purtroppo dentro ognuno di noi.

È nella scuola che si può passare questo messaggio di intimo cambiamento. È nella scuola che si può insegnare che l’Italia non può più essere un Paese diviso, per dirla con la Mazzantini, un Paese abituato ad avere un sopra e un sotto, un attico e una cantina. Ma è soprattutto nella scuola che va raccontata la mafia e il nostro passato recente, spesso trascurato.

Quante volte si studiano gli assiri e i babilonesi nei diversi gradi di scuola o le gloriose imprese dell’impero romano? Pace all’anima loro, ma si dà così tanta importanza al passato remoto, che spesso i programmi scolastici non arrivano fino al passato prossimo: alla fondazione della Repubblica, a Moro, all’euro e, appunto, alla mafia. Tutto ciò è lasciato alla cultura cinematografica e letteraria.

Il secondo motivo risiede nella stessa vita di Sgreda, che a scuola non andava, che preferiva lottare contro la fame. E questa lotta, condotta per strada e non con la conoscenza, lo ha portato a sbagliare. Sgreda non ha incontrato, dopo i primi errori, qualcuno che gli insegnasse il bene e il male, qualcuno educativamente più forte del suo stesso umile padre. Ha continuato a errare, a rubare per vivere, a guadagnare a spese del bene comune, fino a cadere nella trappola di Cosa nostra, che, come la Camorra, intercetta gli sbandati, per farne “grandi uomini”. La scuola, in questo, come le altre forme di associazione e di educazione (ricordi Don Puglisi?) hanno un ruolo strategico fondamentale. Togliete alla mafia il suo cibo, i giovani, e la mafia morirà da sola, incapace di riprodursi.

Vizzino ha scelto lo strumento più idoneo alle sue corde per passare messaggi importanti, senza citarli direttamente, per dare testimonianza di ciò che è stato e togliere il velo a una parte poco conosciuta della mafia: la forma narrativa. Ha rinunciato a biografie, e penna in mano ha raccontato la vita di Sgreda, in una modalità facilemente fruibile ai più.

Il resto, il vero cambiamento, il non dimenticare, spetta al lettore.