LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’OSPITE DI DRACULA, B. STOKER

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’ospite di Dracula, di Bram Stoker; recensione di Caterina Armentano. Buona lettura!

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Definiti da Steven King “assolutamente magnifici” i quattro racconti di Bram Stoker sono una pietra miliare della narrativa gotica horror mondiale. Con questa raccolta Stoker riconferma il suo talento e la straordinaria capacità di destreggiarsi in trame dal forte impatto emotivo, dove non solo si vanno a scavare le paure più nascoste, insite nell’animo umano, ma la Natura diventa alleata del “male”.
Ne’ “L’ospite di Dracula” l’angoscia, il tormento del protagonista vanno di pari passo ai cambiamenti atmosferici e al rapporto uomo-natura. La superstizione e le credenze religiose vanno a braccetto, insieme agli usi e costumi degli inglesi e dei tedeschi. Racconti brevi che racchiudono un mondo e che rappresentano in maniera minuziosa quella che poi sarà il grande capolavoro di  Dracula. 
I racconti di Bram Stoker sono tra i più interessanti e ineguagliabili che un appassionato del genere horror-gotico possa avere la possibilità di leggere. C’è tensione e la trama è tessuta con un filo psico-horror da far accapponare la pelle. Stoker non racconta di fatti fuori dall’ordinario ma, trasforma le paure più comuni: come un gatto diabolico, la possibilità di essere rapinati, di  vivere in una casa maledetta, in realtà.

I racconti che ho letto sono quattro: L’ospite di Dracula, il primo (Il mio preferito). Capitolo introduttivo di Dracula-romanzo, una volta eliminato dalla pubblicazione, (non per volere dell’autore) Stoker non seppe più cosa farne. Sarà pubblicato solo in edizioni straordinarie.
Una storia allucinante:  Jonathan Harker, giovane assistente legale, personaggio perno in Dracula, in questo racconto  si ferma in Bulgaria per soggiornare alla locanda “Quattro stagioni” e decide di fare una corsa in carrozza ma, il locandiere lo avvisa di rientrare presto  perché è la sera del “Walpurgis Nacht” ma, l’uomo da buon inglese testardo fa di testa sua e va a mettere il naso dove non dovrebbe, facendosi lasciare dal cocchiere in una strada che conduce a un villaggio abbandonato. Qui si entra nel vivo della storia: la Natura cambia, si trasforma, diventa nemica e lascia che le ombre filtrino attraverso il terreno e prendano forma. I nostri peggiori incubi si materializzano, ciò che di più inumano e abominevole appare e scompare come un gioco di luce. Un racconto che ci tiene con il cuore in gola, che ci fa chiedere quale sia il confine tra realtà e fantasia ma, soprattutto ci pone dinanzi alla morte, una dipartita surreale che quando si riesce a evitare non ci lascia con un sospiro di sollievo ma pieni di dubbi e di paure.

Il secondo racconto è  La Squaw. Una coppia appena sposata, in viaggio di nozze, incontra un gentiluomo inglese che si aggrega ai due durante il viaggio. Accade che durante una passeggiata l’uomo, non volendo, uccide il cucciolo di un gatto. Anche se rammaricato, il gentiluomo esalta con  ironia l’accaduto, ridendo soprattutto dell’atteggiamento della bestia che mostra un vero e proprio cambiamento: i suoi occhi sono carichi di odio, cerca vendetta.
Devo dire che il gatto che insegue l’inglese fa davvero impressione. Da sempre i felini sono considerati animali dalle doti magiche e malefiche e questo racconto racchiude tutta l’essenza di tali credenze. La gatta, non solo decide di vendicarsi, ci riesce e anche in maniera raccapricciante!

Il terzo racconto è  Il funerale dei topi, dal taglio “cinematografico”, in cui le scene sono  allucinanti e dal ritmo incalzante. Il protagonista, girando per le strade di Parigi, finisce nei sobborghi della città, scontrandosi con gli “straccivendoli”. Un affresco minuzioso delle loro condizioni di vita, e del rapporto che vivono con gli stranieri. Il protagonista si attarda a discutere con due di loro e presto cala la sera, solo allora si rende conto che è circondato da altri “straccivendoli” e che per avere salva la vita dovrà correre e lottare, non solo contro l’uomo ma anche contro la Natura e contro i topi, i veri padroni del sobborgo… Una fuga adrenalinica fatta di tentativi esasperati di avere salva la vita.

L’ultimo racconto è La casa del giudice in cui il protagonista, laureando in matematica, per poter terminare la tesi si rifugia su un’isola, in una casa abbandonata. Nessuno vuole acquistarla o affittarla in quanto considerata maledetta. In passato vi aveva vissuto un giudice spietato, che aveva fatto impiccare tanti poveri malcapitati. Il ragazzo, scienziato votato alla logica, vi si stabilisce, ben presto scopre che il ritratto del giudice ha occhi che brillano di una luce spettrale e rumori, suoni invadono il luogo.
In questo racconto ci sono tutti gli elementi dell’horror classico: la casa abbandonata, la maledizione, il quadro malefico, il male che ritorna.

Posso dire che tutti i racconti hanno molti elementi in comune: sono scritti in prima persona (tranne l’ultimo) e questo rassicura il lettore sull’incolumità del protagonista, almeno per quella fisica. In più l’ambientazione è dettagliata e per nulla noiosa. Si viene trascinati con facilità a Parigi, Francoforte, Monaco, Benchurch, calati in un periodo storico che spinge dalle pagine per darci la possibilità di un salto temporale non solo spaziale ma qualitativo, perché Stoker racconta spezzoni di storia che hanno fatto la Storia. Racconti “colti”, in cui la Natura ogni volta muta e cambia e dove i dettagli sono importanti. Una scrittura fluida, moderna e “visionaria”, colma di percezioni e di immagini ( non sempre allegre ma ad effetto!).
Un’ottima lettura che consiglio agli amanti del genere e a chi vorrà avvicinarsi all’horror leggendo piccole perle pregiate. 

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA CUSTODE DI MIA SORELLA, J. PICOULT

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo La custode di mia sorella, di Jodi Picoult; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Chiunque tu sia, c’è sempre una parte di te che desidera essere qualcun altro e quando, per un millesimo di secondo, il desiderio si realizza, è un miracolo.

Ultimamente, leggo storie di donne forti e allo stesso tempo fragili in cui finisco per essere fatta a pezzi, in pezzi così piccoli che non rimane abbastanza, di me, per rimettermi insieme.
Una vocina nella mia testa dice che l’intensità di un emozione non può essere misurata in alcun modo se non la si riconosce nella sua natura. Probabilmente è quello che faccio io, ogniqualvolta leggo romanzi di questo tipo. Mi lascio cullare dalla corrente del sentimento, confondendo la realtà con la fantasia scambiando qualche volta ciò che mi circonda realmente e quello che accade nella mia testa. Perciò, quando ho letto di Anna, di sua sorella e dei ricordi del passato – detriti trascurati di una vita lontana – ho richiuso il romanzo in una finestra virtuale, mi sono seduta alla scrivania e, con la mano appoggiata sulla fronte, ho cominciato a pensare: quello che faccio sempre, ogniqualvolta la melodia sprigionata dalle parole è troppo solenne. Così penetrante, per non colmare il nostro cuore di una dolce litania.
Una famiglia come tante altre stava lentamente per perdere l’equilibrio. La pace. La serenità. Anime dannate, peccaminose, che camminano sul sentiero della vita come se non avessero ragione alcuna di vagabondare nell’immensità di questo cosmo. Ognuno diretti verso una strada senza uscita, un tunnel in cui è impossibile scorgerne la luce, guidati dalla voce carezzevole di un adolescente che, quando vede la sorella Kate lentamente avanzare verso un abisso lungo in cui non si riesce a scorgerne il fondo, vorrebbe donargli la vita. Aprire una porta sulla sua anima ed entrarci dentro.
La custode di mia sorella è stato quel romanzo che, rinchiuso in una finestra luminosa dall’aria vaporosa, ha sedotto e rovinato il mio animo, trasportandomi dalla corrente sinuosa del tempo.
E’ stato incredibile come, in un paese straniero in cui non si conoscono gli abitanti, in un turbine di sogni e desideri, si sono intrecciate e sovrapposte le azioni di pedine ignare di un disegno che sfugge alla mia comprensione. Contrite per aver negato la vita e tutto ciò che ne consegue, rimpianti che dilaniano la loro anima di ciò che avrebbero potuto fare o ciò che avrebbero potuto essere, negando la realtà fino a rimanere completamente soli. Incompresi… Per quanto tempo abbiano cercato di rimediare agli errori del passato, per quante cose abbiano fatto per ripristinare il loro universo personale, circondati da una cappa di silenzio, intessuto da pesanti perle su conversazioni troppo delicate.
Mi considero un’inguaribile romantica e, immergermi in storie d’amore o d’affetti che fortificano ma distruggono, leggerle con gli occhi colmi di lacrime, viverle con coraggio, speranza e fiducia, mi ha sempre permesso di scorgere, anche se in minima parte, scorci di serenità. Racconti in cui il silenzio si prolunga per quasi tutta la durata del romanzo e che, nonostante il tema trattato, appassionano, emozionano, sconcertano, inducendoci a far tesoro di quel poco che abbiamo.
Esposta ai venti lenti e noiosi della vita, come mezzo di allontanamento dalla routine, dal tempo, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura, Jodie Picoult ha composto una melodia che strazia il cuore, annienta lo spirito, induce a provare quell’emozione indefinibile che prende quando leggo storie strazianti come queste.
E’ possibile che, in un momento sconosciuto della sua vita, abbiano preso il sopravvento e, rimanendo lì, ai bordi della sua anima, si mossero agili e decise, come creature sensibili che vivono di vita propria trasmettendo emozioni indecifrabili. Perlomeno questo è quello cui riesco a definirle, quando penso alla genesi del romanzo. Quando m’imbatto in storie che mi fanno sentire strana. Combattuta. In balia di sensazioni particolari che nemmeno io riesco ancora a spiegarmi.
La custode di mia sorella è un grido colmo di speranza lanciato ai piedi di una montagna, un piccolo colibrì che svolazza ma non riesce a spiccare il volo, una dolcezza velata di tristezza e sconforto che va a cercare sentimenti nascosti nel più intimo dell’essere, che si credevano perduti. Questa è la storia di Anna, detta Andromeda, raffigurata come una principessa con le braccia distese e le mani incatenate. Questa è la storia di Kate che, se non gli fosse stata diagnosticata la leucemia, avrebbe potuto condurre una vita normale come tutte le altre. Salire su un palco, mentre riceve un diploma di scuola superiore, o immaginarla alla festa dei suoi diciotto anni.
Due sorelle siamesi che sono state separate dalla nascita. Una ragazzina che forse non riuscirà a raggiungere l’età adulta. Una giovane donna che, per la prima volta in vita sua, non rispetta le regole. Sa che non vale la pena di lottare per qualcosa che è irraggiungibile e che, come una stella che brucia per migliaia di anni, consuma il proprio carburante così velocemente che si vede brillare a distanza. Ma, quando il carburante inizia a scarseggiare, muore, e tutti assistono alla sua fine.
In un mondo che brucia lentamente ai loro occhi, le cui immagini hanno il colore perlaceo delle lenzuola appena lavate, da cui fuggono con la speranza di poter catturare la gioia di vivere in sporadici momenti. Urlando dinanzi all’ignoto, lanciandosi all’assalto dei propri dolori, pur di illudersi di poter salvarsi. Liberi di scegliere il loro destino, esorcizzando le paure, gridando la loro voglia di esistere.
Io e la famiglia Fitzgerald ci siamo incontrati inconsapevolmente, scoprendoci ai confini di una realtà dura e ingiusta, in uno stato di disperazione morale privo di alcun ragionamento sensato. Come se animata da un sogno, non ho dato peso a quello che mi circondava, se non che lasciarmi sprofondare in questo spazio senza fondo. Condividendo il loro dolore come un modo per rafforzare la nostra unione; varcando la soglia di un appartamento dove non posso riconoscere nulla di mio ma in cui ho potuto inserirmi; circondandomi del loro calore e curandomi attraverso la speranza.

Ci sono cose che facciamo perché ci convinciamo che sarebbe meglio così per tutti. Ci raccontiamo che è la cosa giusta da fare; quella più altruistica. E’ molto più facile che dire a noi stessi la verità.

Un romanzo che affronta anfratti bui, paradossi dell’anima, scoprendosi in una moltitudine infinita. Una fiaba triste che parla di solitudine, sogni persi e ritrovati, del dolore per la perdita di una persona amata, che, concependo la drammaticità come qualcosa di talmente grande da risultare vistoso, o quantomeno rivelante, mi ha trasmesso un forte senso di malessere e sconforto che, volteggiando nell’aria come minuscoli granelli di polvere, inducono a provare una tristezza incurabile.

Una gioia è semplicemente una pietra sottoposta a un calore e una pressione enorme. Le cose straordinarie si nascondono sempre in posti in cui la gente non pensa mai di cercare.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: IL MONDO DE IL TRONO DI SPADE, C. POLI

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Il mondo de il trono di spade, di Chiara Poli; recensione di Sebastiano Cappello. Buona lettura!

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Salve lettori!
Oggi vi consiglio un libro più “soft” rispetto ai libri, di cui ho precedentemente parlato. Si tratta del libro scritto da Chiara Poli e si intitola “il mondo de il Trono di Spade” e come sottotitolo “Eroi, guerrieri e simboli dei Sette Regni”
Si tratta della prima guida alla lettura non autorizzata dell’opera di George Raymond Richard Martin “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” e della serie tv, che ne hanno trattato, “Game of Thrones”
Gli amanti dei romanzi e della serie tv non possono certo farsi scappare questa occasione ghiotta, perché in questo libro troverete di tutto.
Chiara Poli infatti ha scritto nient’altro che un’analisi dei romanzi e dei suoi personaggi (Jon Snow, Arya Stark, Tyrion Lannister, Daenerys Targaryen ecc…) e anche della serie tv della HBO; il tutto però senza SPOILER del quinto libro della saga e della quinta stagione. Unico limite, diciamo, per leggere questo libro è che bisogna aver letto i primi tre libri (quelli originali non divisi) della saga e aver visto le quattro stagioni; il libro infatti è uscito quando ancora la quinta serie doveva essere trasmessa.
Ma il libro non si ferma solo nell’analizzare la storia e i personaggi, ma si sofferma anche sul simbolismo contenuto nei libri e nella serie, le fonti, classiche e moderne, da cui Martin ha preso ispirazione, tutti i vari riferimenti letterari, culturali, artistici;K i simboli dei numeri, dei colori, dei vessilli delle casate ecc…
Capite che da questi punti di vista questo libro deve essere letto da tutti coloro che amano la saga, nata dalla penna e dalla fantasia (seppur a volte sadica) di Martin, e della serie tv tratta.
Personalmente io l’ho apprezzato molto, soprattutto il capitolo dedicato al simbolismo, alle varie fonti e riferimenti, e ripeto ve lo consiglio davvero tanto!
Per chi non sa chi sia Chiara Poli, sappiate che è una youtuber, nel suo canale parla di serie tv e questo non è il primo libro che ha scritto; ne ha scritti altri, sempre inerenti al campo delle serie tv (in questo momento non ricordo i titoli)
Concludo augurandovi buone letture e buona giornata; se avete letto questo libro cosa ne pensate? Se non lo avete letto lo comprerete e lo leggerete? Fatemi sapere!
Buona giornata! Alla prossima recensione! (scusate la brevità della recensione, ma non voglio rovinarvi la sorpresa!)

(Il mondo de il Trono di Spade – Eroi, guerrieri e simboli dei Sette Regni; Chiara Poli; Sperling&Kupfer, 256 pp.)

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: COSMOPOLIS, D. DE LILLO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Cosmopolis, di Don De Lillo; recensione di Massimo Colonna. Buona lettura!

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Molto visionario. Attraverso la complicatissima e concretissima vita di un miliardario, DeLillo ci manda il messaggio opposto. Non contano le tecnologie, la perfezione. La vita è anche l’immagine che vediamo di noi su una vetrina mentre passiamo.

“Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole”.

“Stai guardando un quadro alla parete. Tutto qui. Ma ti fa sentire vivo, nel mondo. Ti dice sì, tu ci sei. E sì, la tua sfera di esistenza è più ampia e piacevole di quanto immagini”.

Il protagonista è inghiottito in un mondo tutto suo, fatto di analisi di mercato, di azioni, di quotazioni, di yen e di dollari. Il tutto da controllare spasmodicamente dall’interno della sua limousine. Mentre fuori succede di tutto. Per le strade la gente protesta e si uccide per un mondo che non va.
Visionaria anche questa immagine: lui controlla tutto dall’interno della sua auto blindata, fuori invece si scatena il caos tra la povera gente. Un quadro famigliare, no?
Mentre attraversa la città per andarsi a tagliare i capelli, il protagonista piomba in un turbine di pensieri e situazioni, cucite perfettamente sulla società contemporanea. Anzi, il messaggio visionario qui è quasi premonitore, perché va oltre la contemporaneità. Guarda oltre. Agli anni che verranno.
La vita non è la perfezione tecnologica. E’ tutte quelle cose che assomigliano a quando passiamo accanto ad una vetrina e guardiamo la nostra immagine riflessa. Quel piccolo stupore che ci prende quando ci vediamo di sfuggita. E’ questo il messaggio visionario.

“Tante cose ormai andate, ecco chi era, il gusto perduto del latte succhiato dal seno materno, la roba che espelle quando starnutisce, questo è lui, e il modo in cui una persona si trasforma nel riflesso che vede passando accanto a una vetrina polverosa”.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: TI AMO ANIMA MIA, NAJAA

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Ti amo anima mia, di Najaa; recensione di Giovanni Garufi Bozza. Buona lettura!

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La percezione di morire non si dimentica. Si insidia nelle vene per sempre e ti rende una persona diversa, consapevole che la morte è un rapidissimo secondo e che quello che la precede, se sai che sta per arrivare, è invece qualcosa di interminabile. Una dilaniante tortura.

Caro Visitatore,
Quello che ti presento oggi è Ti amo anima mia. Una storia di violenza, romanzo testimonianza di Najaa. Il tema centrale è la violenza di genere, che Najaa ha subito da colui che ha scambiato l’amore per sottomissione.
Ho conosciuto l’autrice un pomeriggio invernale, alla stazione Termini. Avevo appena letto e commentato un suo scritto e già parlavamo di Ti amo anima mia, della difficoltà a promuoverlo, giacché scritto sotto pseudonimo, per la paura che lui potesse scoprirlo, e tornasse a perseguitarla.
È una storia reale, che va a fondo nelle emozioni, diventa testimonianza utile alle donne incastrate in situazioni simili, nonché agli uomini, per comprendere la malattia dei loro simili. Sapevo che avrebbe fatto effetto vivere nella prima persona di Najaa la storia. Sapevo che ascoltare le sue emozioni mi avrebbe portato a bestemmiare il mio stesso sesso. Ma è ora di uscire dalle categorie che i media ci hanno insegnato. Donna e vittima e uomo e persecutore vanno dissociati come termini. Esistono gli uomini e i persecutori, ed esistono le vittime che hanno il diritto di tornare ad essere donne.
Najaa usa per lo più frasi brevi come in un continuo affanno, che diventano dolorosa e malinconica poesia in prosa. Entro in lei come lettore, sento il dolore delle botte e vedo la sua vista annebbiata.
Sognare sulle oscurità del mare è magnifico, ma queste ombre sono esattamente i timori che ho dentro.
Najaa descrive il suo matrimonio squallido e costretto col ricatto dell’amore, fa sentire la solitudine al lettore. Si nota che è una storia reale, le emozioni trapassano la carta e piombano nel cuore.
Quello che è riportato è un amore borderline, che passa dalla tenerezza a varie sfumature di violenza. E per tutta la lettura mi sono chiesto: perché? Perché si accetta tutto questo?
La gola diventa secca per la solitudine e se ne prova tanta leggendo questo libro. Con un susseguirsi di indicative Najaa costruisce mattoni di solitudine attorno al lettore.
E ciò la rende un’ottima testimonianza, anche se avrei lodato maggiormente uno stesso effetto ottenuto con frasi più complesse nella loro costruzione. Qualche subordinata in più non guastava, e l’uso di continue indicative è sì funzionale al libro, ma è anche lo stile tipico di Najaa, a fronte di due suoi scritti letti, stile che spero complessifichi un poco, perché ha tutte le capacità per riuscirci.
Ciò che traspare è un amore infantile, nel senso di inconsapevole, che si annulla per l’altro, come il bambino si annullerebbe per i suoi genitori. Va specificato che il persecutore, Sajmir, è albanese, ma l’autrice è attenta a far passare il messaggio che la cultura è solo in parte la causa della violenza. C’è un male, un vuoto disagiato più profondo, responsabile della violenza e dell’accettazione della stessa, che accomuna più culture. Accomuna anche gli italiani, che a confronto agiscono in modo più subdolo, meno evidente, con più violenza psicologica, profonda, invisibile a terzi. E quando si passa a quella fisica, spesso, è già troppo tardi.
Ma l’autrice ha allargato questo aspetto, si è scagliata non contro l’albanese, non contro l’uomo. Si è scagliata contro la violenza.
So che se lo evito la sua violenza si ingigantisce e l’impulso irragionevole diventa troppo pericoloso.
Appaiono poi delle forze dell’ordine che normalizzano il terrore di Najaa. Mi verrebbe da chiedere se ancora si tenda a normalizzare o se sia cambiato qualcosa, da quando la violenza è di moda mediaticamente…
Denunciare un amore crea un conflitto senza eguali, scrive Najaa. Un conflitto che sarebbe bene non porsi più, sradicando la violenza alle radici: insegnando alle nuove generazioni empatia e rispetto, la socioaffettività, per essere uomini e donne realmente liberi di amare, rispetto ai loro padri e ai loro fratelli e sorelle maggiori.
Consigliato, per comprendere.
Da promuovere per far comprendere.
Sinossi:
Una storia d’amore finita male, tra un ragazzo e una ragazza. Dall’incontro di Najaa con Sajmir, che sembra essere l’uomo più importante della sua vita, all’innamoramento più assoluto, al matrimonio e ai successivi problemi di gelosie e convivenza. Una lotta estrema tra amore e violenza, fino al momento della verità, quando Najaa apre gli occhi e si accorge della realtà. Da questo momento inizia la storia fatta di violenza che prosegue con la rottura del rapporto, la persecuzione dell’uomo nei confronti di lei e la definitiva separazione legale.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: L’ISOLA DEI FIORI DI CAPPERO, V. FAENZA

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo L’isola dei fiori di cappero, di Vito Faenza; recensione di Elisa Barchetta. Buona lettura!

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Anna è solo una tredicenne ma è la più bella del paese e questo basta al figlio del Boss del clan locale per decidere che quella ragazza deve essere sua. Per lei invece, quella è soltanto la prima cotta di una ragazzina, attratta più dalle attenzioni di questo ragazzo appena maggiorenne e dallo status sociale che il frequentarlo le permette di avere rispetto alle coetanee. Questa storia la fa sentire grande e importante anche se lei intuisce perfettamente che l’amore, quello vero, è un’altra cosa; qualcosa che non ha bisogno di pensieri costosi, sfarzo e dimostrazioni di potere. Anche i genitori di Anna non condividono la decisione della figlia e le fanno capire, con modi molto diversi, che quel ragazzo proprio non va bene. Anna decide perciò di interrompere questa storia ma viene minacciata da lui con una pistola e comprende così di essere solo un oggetto, qualcosa da possedere, perché lui “la considerava una sua proprietà, una cosa di cui solo Luipoteva disporre e decidere quando disfarsi. Voleva essere il padrone della più bella, il resto non contava”. Un giorno nel villino accanto al suo si stabilisce con la sua famiglia Giovanni, un ragazzo molto carino e completamente diverso dal figlio del Boss, e così Anna, senza saperlo, inizia a scoprire l’amore.
“L’isola dei fiori di cappero” è una piccola perla, un romanzo breve ma intenso, capace di suscitare una tale tenerezza e dolcezza per una storia d’amore che nasce tra due ragazzi e che, fra mille difficoltà, cresce tra un uomo e una donna; ma è anche un libro in grado di generare rabbia e sconcerto per la realtà di un paese che vive schiacciato dalla presenza costante della camorra, un paese nel quale tutti sanno ma nessuno si ribella e chi lo fa apertamente spesso finisce vittima della lupara bianca. Nel suo romanzo l’autore, Vito Faenza, racconta in modo semplice e diretto il significato che assume per una donna il diventare “donna di camorra” anche contro la propria volontà; ma anche il senso di vivere, più in generale, in un territorio controllato dalla criminalità. Essere donna di camorra significa subire l’umiliazione di una visita medica da un ginecologo affinché il camorrista si assicuri che la sua donna si sia conservata, significa non fare mostra di sé in alcun modo se non per sostenere il proprio uomo in termini di potere davanti agli altri – come per la passeggiata nel paese una volta usciti dal carcere, in cui chi viene rimesso in libertà è accolto dalla popolazione come un perseguitato – significa che non esistono manifestazioni d’amore in pubblico ma solo dichiarazioni di possesso, significa non avere la possibilità di decidere nulla, nemmeno per quanto concerne il proprio matrimonio, significa che “gli affari sono roba da uomini, le donne non devono metterci bocca. O sono femmine da letto o sono madri, mogli, sorelle o figlie. Le prime puttane. Le seconde serve silenziose”…significa che la camorra può rubarti tutto, anche i sogni. Ma ci sono anche donne di camorra per cui un collaboratore di giustizia è solo un “maiale” e il proprio uomo affiliato a un clan è in realtà un bravo ragazzo, donne per cui “infame” è un pentito, “infami” i carabinieri che effettuano gli arresti e “infami” i giudici che devono celebrare un processo; sono donne che si sentono importanti se insultano i giornalisti, convinte di aver compiuto grandi imprese. Sono donne per cui anche un prete “non è un vero prete” se si scaglia apertamente contro comportamenti malavitosi. Questa è la realtà delle donne di camorra, che l’autore svela nel suo romanzo in modo semplice e diretto, una realtà di sottomissione ma, talvolta, anche di profondo disagio nel quale anche un atto importante, coinvolgente e splendido come il fare l’amore diventa un qualcosa di sbrigativo e un’umiliazione subita, un dolore così forte da lavare via sotto il getto purificatore della doccia.
Nel suo libro, tuttavia, l’autore intende far comprendere al lettore quali sono anzitutto le modalità con cui opera la camorra nei suoi territori e quali sono i meccanismi che decretano il potere o la perdita dello stesso da parte dei clan. Soprattutto, grazie alla sua conoscenza del fenomeno, è parte del suo intento far capire cosa significa ancora oggi vivere in un contesto totalmente condizionato dalla presenza della camorra, in alcuni territori del Paese ma, più in generale, convivere con la malavita in qualunque zona del Paese. Faenza descrive molto bene la paura di trovarsi senza difese di fronte alle imposizioni o alle minacce dei clan, la difficoltà di opporre resistenza quando devi convivere con questo male; al punto che talvolta è più coraggioso decidere di andarsene piuttosto che restare e arrendersi a una vita apparentemente tranquilla ma che richiede, in realtà, compromessi e una disperata accettazione della situazione. E’ con questi stati d’animo che spesso le persone che vivono in alcuni territori si schierano contro la criminalità organizzata, con la paura di possibili ritorsioni da parte dei clan. In modo altrettanto chiaro e semplice Faenza descrive le modalità con cui i poteri forti come la politica, la Chiesa o in certi casi la stessa magistratura si relazionano con i clan camorristi. Uno degli esempi più eclatanti, che abbiamo spesso sotto gli occhi, è quello della politica la quale, alternativamente, non nega l’esistenza della camorra e anzi si dichiara sempre pronta a combatterla vantando il proprio impegno in tal senso e prodigandosi in elogi ai magistrati e alle forze dell’ordine; quando tuttavia la politica viene toccata direttamente da indagini relative alla malavita allora queste diventano pretestuose e fallaci, la giustizia diventa una giustizia a orologeria che vuole solo infamare bravi politici e i giudici sono tutti “toghe rosse” o magistrati politicizzati. E’ da sottolineare poi che spesso i boss dei clan vengono eliminati in accordo con gli stessi uomini politici, poiché risultano talvolta più utili così a chi sostiene di combattere la criminalità organizzata. Da questa sorta di circolo vizioso non si salvano certamente tutti i giornali, infatti alcune testate talvolta tendono ad assolvere i parlamentari e a contestare la magistratura perché certi esponenti della stampa sono corrotti o favorevoli ai clan. E non è esente nemmeno parte della magistratura nelle zone in cui la camorra è radicata, in alcuni casi è infatti corrotta per condizionare gli esiti dei processi e in parte, invece, impone alle forze dell’ordine di ignorare la presenza di uomini politici collusi con i clan se presenti al momento degli arresti. Non ultima, anche la Chiesa ha le sue responsabilità. Poiché se ci sono quei preti scomodi che pongono in essere attività di vario genere per togliere i giovani dalla strada ed evitare così che diventino manovalanza criminale a basso costo, preti che si espongono in prima linea e hanno il coraggio di denunciare i delinquenti durante le omelie in chiesa e sono spesso quelli che, purtroppo, finiscono sui giornali nelle notizie di cronaca nera, uccisi per la loro fermezza nel lottare contro la camorra e i politici corrotti; sono quei preti che non vengono lasciati in pace dalla malavita nemmeno dopo la morte, perché è proprio quello il momento in cui inizia l’opera di denigrazione mirata a intaccare la loro integrità e moralità presso l’opinione pubblica e da questo lato la Chiesa preferisce continuare a non interessarsi di quanto accade, come Mizaru, Kikazaru e Iwazaru, le tre scimmie sagge “non vedo, non sento e non parlo”.
In alcuni casi, anche se ancora troppo pochi, è possibile che magistratura, politica, giornalismo e forze dell’ordine lavorino insieme e qualche esponente importante non soltanto della camorra ma della stessa politica o magistratura corrotta venga quantomeno indagato o ne vengano chieste le dimissioni. Si tratta purtroppo ancora di pochi casi rispetto all’emergenza che è tutt’ora presente nel nostro Paese. Con il suo libro, Vito Faenza vuol pertanto far riflettere i ragazzi che vivono immersi in contesti dove la camorra è fortemente presente e gli altri che invece pensano si tratti di un fenomeno lontano…ma con questo breve romanzo invita a riflettere anche gli adulti, che hanno o dovrebbero avere gli occhi bene aperti su questi aspetti del Paese, aspetti che non riguardano solo alcune zone del nostro territorio ma che ci riguardano tutti, da vicino. Ognuno di noi dovrebbe essere come “i fiori di cappero, che sembra[va]no orchidee…La pianta cresce abbarbicata sui muri, sulle rocce, resta attaccata alle rupi resistendo al caldo torrido…” e noi, come queste piante, dobbiamo crescere e tenere duro di fronte a queste sfide per cercare di avere un Paese migliore per noi stessi e per quelli che verranno dopo di noi.

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: IL FU MATTIA PASCAL, L. PIRANDELLO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Il Fu Mattia Pascal, di Luigi Pirandello; recensione di Caterina Armentano. Buona lettura!

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Il romanzo è scritto in prima persona: è lo stesso Mattia a raccontare la sua avventura quando questa è terminata. È una sorta di raccolta di lettere postume, scritte in ordine di urgenza, seguendo il flusso interiore del protagonista, più che lo spazio temporale. I personaggi sono molti, ben delineati e capita che dalla storia principale si intersecano e prendono vita altre storie.  Quando il corpo senza vita di un uomo viene trovato e scambiato con quello di Mattia, quest’ultimo muore come persona e nasce come personaggio. L’uomo va alla ricerca di una nuova identità, viaggia, cerca nuove emozioni, nuove avventure ma non è disposto a mentire, nonostante si sia creato una “realtà alternativa” nella sua mente, falsi ricordi per rendere la sua vita credibile. Mattia è un anti – eroe. Non aspettatevi un uomo risoluto e determinato. È un uomo confuso, che si interroga sulla vita e sulle sue scelte, incapace di fare il “salto di qualità”. Si sente persino in colpa per quell’estraneo che giace in una tomba che porta scolpito il suo nome. È un uomo, Mattia, che con quell’occhio strabico, che non lo rende certo bello e affascinante, ha una visione diversa della vita. Quell’occhio va “per i fatti suoi”, in cerca di una rotta che non sia quella dettata dalla società, dalle convenzioni, dalle ipocrisie.
Il tema centrale è l’identità: chi è Mattia? Esiste ancora anche quando diventa Adriano Meis? È in vita nonostante la fittizia morte o è un morto – in vita? Ma la tematica si espande e fluisce anche verso altro: dove termina la verità e inizia la finzione? La relatività del giudizio umano, l’impossibilità di pervenire a una verità univoca?.
Mattia implode ed esplode durante il suo percorso esistenziale, peccato che non riesca a riscattarsi come fanno gli eroi e i temerari ma, il bello di questo romanzo è proprio questo, la genuinità, la realtà dei fatti. Le motivazioni che spingono Mattia ad andarsene dal suo paese, a scappare dalla sua famiglia e tutto ciò che lo spinge al ritorno è plausibile, persino banale direi perché appartiene al quotidiano, è di facile immedesimazione.
Consiglio vivissimamente di leggerlo e, per chi si avventura nella lettura di Pirandello per la prima volta, sarebbe più congeniale farlo con questo romanzo dove la tematica filosofica viene trattata con più “leggerezza”, meno schematica di “Uno, Nessuno e Centomila” e in più il romanzo non ha tracce di elementi del Naturalismo o del Verismo, come i primi due (L’esclusa, Il Turno). Eh! Ultima cosa: nel romanzo sono sparsi (non a casaccio, per carità!) degli elementi molto importanti ( come l’occhio strabico di Mattia, le sedute spiritiche, il desiderio di adottare un cane!) che nascondono significati molto più profondi… a voi la caccia…

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: IL CONTE DI MONTECRISTO, A. DUMAS

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Il Conte di Montecristo, di Alexandre Dumas; recensione di Sebastiano Cappello. Buona lettura!

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Oggi voglio parlare di un classico della letteratura mondiale e che, grazie a una vicenda avveturosa e a personaggi ben caratterizzati, è diventato il mio classico preferito in assoluto. Sto parlando de “il conte di Montecristo”, scritto da Alexandre Dumas.
Sento già le vostre voci dire: “Oddio ma è un mattonazzo!” “Non ce la farò mai a leggerlo!” “Ma non è noioso e troppo lungo questo libro?” , ma io sono qui pronto a smontare tutti i vostri pregiudizi, perché questo libro è tutt’altro che noioso, tutt’altro che banale.
Andiamo per ordine, di cosa parla esattamente questo libro? Parla di un uomo, Edmond Dantés che, per uno scherzo del destino e per volere di quattro loschi uomini (Danglars, Caderousse, Fernand e Villefort) , si troverà prigioniero al castello d’If con la sua vita praticamente rovinata per sempre, ma durante i lunghi anni di prigionia conoscerà un grandissimo personaggio, l’abate Faria, che gli insegnerà tantissime cose e lo renderà un uomo di cultura. Dopo quattordici anni Dantés riuscirà a scappare e da quel momento diventerà un uomo diverso: il conte di Montecristo, e sotto queste false vesti si vendicherà degli uomini che gli hanno rovinato la vita.
Da qui potete capire subito che ciò che vi si presenta è una vicenda avventurosissima, vi troverete a tifare per Dantés, anche quando farà azioni, che a livello umano sono difficili da comprendere; vi troverete di fronte a tantissimi personaggi; ognuno descritto molto bene , con una propria personalità e fisicità.
Il conte di Montecristo è un romanzo che parla della vita, dei suoi lati positivi e negativi; in questo libro vi è davvero di tutto: amore, odio, amicizia, lealtà, tradimento, intrighi, potere, sete di potere, vendetta, ricchezza, povertà ecc… ecc…
Per quanto mi riguarda, io posso dire di aver amato questo romanzo dalla prima all’ultima pagina, ho apprezzato molto l’intreccio della vicenda, le parti migliori a mio avviso sono quella del castello d’If e la vasta seconda parte, dove viene meditata, per poi essere attuata, la vendetta; ho apprezzato i numerosissimi personaggi, sia buoni che cattivi e qui posso dire che questo libro mi ha sorpreso, l’ho trovato geniale, originale per i tempi in cui fu scritto, mi ha fatto riflettere tantissimo sulla complessità della vita e certe parti le ho trovate davvero molto poetiche; mentre leggevo, avevo la sensazione di assistere alle scene del libro: di essere insieme a Dantés, che attuava la sua vendetta; di assistere impotente alle conseguenze della vendetta e di emozionarmi di fronte all’amore sbocciato e contrastato tra due personaggi.
Questo libro mi è proprio entrato nel cuore e io vi invito caldamente a leggere questo libro, a dargli almeno una possibilità, lasciate che Dumas tenti di sorprendervi e di conficcarvi l’anima e il cuore; superate la paura della mole di questo romanzo, perché se vi entrerà dentro, non sentirete per nulla l’ingente numero delle pagine.
Spero di avervi suscitato un certo interesse con questa mia profonda e umile opinione su questo libro, che un giorno riprenderò in mano per rileggerlo e magari scoprire dettagli che mi erano sfuggiti, perché ragazzi i libri, soprattutto i classici, hanno questa magia di non rivelarsi completamente e di avere sempre un angolino nascosto.

(Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas; Einaudi;1232 pagine; € 32,00; traduzione di Margherita Botto)

#KULTURANDO2015: IL NOSTRO ADDIO A MACHERIO

Kulturando 2015 è stato l’evento più grande e vincente che abbiamo mai fatto: un’intera giornata dedicata a presentazioni, premiazioni di concorsi, parole e dibattiti: insomma, Cultura in primo piano!

Più di 500 persone si sono fermate ad ascoltare e a partecipare, e questo è un successo che non possiamo dimenticare.

Dopo questo grande evento, ce ne andiamo da Macherio ancor più consapevoli delle nostre forze, e ancora più dispiaciuti per quello che non ci è stato permesso dare.

A breve pubblicheremo foto e video, coprendo l’intero arco di questa e forse della prossima settimana con articoli appositi.

Qui invece riportiamo, come giusto, i vincitori delle varie categorie del premio letterario LiberoLibro Macherio, alla sua seconda edizione, e del premio fotografico La Cultura è.

Buona giornata a tutti!

PREMIO LETTERARIO LIBEROLIBRO MACHERIO – II EDIZIONE

10-15: Rachele Rizzioli: Specchi oscuri – Premio Letterario LiberoLibro Macherio

16-25: Edoardo Adamuccio: A come Armenia – POESIA

26-40: Carlo Giacobbi: Se il sangue in me torna a gridare

41-60: Tiziana Monari: eternit

61+: Ivana Saccenti: C_ come_ cinese_

Brianza: Gianluca di Stefano: Non hanno fretta gli immortali

PREMIO FOTOGRAFICO LA CULTURA E’ – I EDIZIONE

Vincitore: Erica Alberti con Sapienza

LIBEROLIBRO CONSIGLIA: SonderKommando Auschwitz di Shlomo Venezia

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo SonderKommando Auschwitz, di Shlomo Venezia; recensione di Elisa Barchetta. Buona lettura!

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Un libro della Memoria per la memoria; forse questa sarebbe la frase più adatta se si volesse riassumere in poche parole un testo così fondamentale come quello che rappresenta la testimonianza unica e toccante che Shlomo Venezia, ebreo di origine italiana nato a Salonicco nel 1923 e morto a Roma nel 2012, ci ha lasciato.
E’ difficile recensire un libro simile, e un libro che racconta la vita nei Lager e nel SonderKommando non può essere sintetizzata in poche parole; il rischio che si corre è di banalizzare e svuotare di senso un’esistenza. Allo stesso tempo però non si può prescindere dalla lettura di un libro così necessario, che tutti dovrebbero conoscere per sapere cosa accadeva davvero nell’area delle camere a gas e dei forni crematori.
Si potrebbe obiettare che ormai certi fatti sono noti, che sono stati girati molti film e documentari sulle barbarie naziste nei Lager, che di libri ce ne sono molti in circolazione e che forse uno vale l’altro. Ma se così fosse allora le tante posizioni negazioniste non dovrebbero più esistere e le testimonianze come quella di Shlomo Venezia non sarebbero più necessarie.
L’uomo però tende purtroppo a dimenticare, a non imparare dalla storia e a mettere qualunque cosa in discussione: per questo libri come SonderKommando Auschwitz sono ancora così imprescindibili, perché nessuno potrà mai raccontare il Lager come chi lo ha vissuto sulla propria pelle e nella propria anima; soprattutto quando quella stessa persona viene poi a mancare. Ecco allora che, in assenza della sua voce che narra l’incubo vissuto e portato dentro in silenzio per decenni, questo libro emerge ancor più con tutta la sua forza e la sua tragicità.
Il SonderKommando era infatti un “Comando Speciale” formato, per volere delle SS, dagli stessi ebrei imprigionati nei campi di sterminio nazisti; al quale era affidato il compito di “lavorare” nel Crematorio.
Ciascun Crematorio era costituito da un fabbricato con uno spogliatoio, una camera a gas e diversi forni in cui venivano bruciati i cadaveri delle persone uccise dal gas. Per ogni Crematorio c’era un SonderKommando.
Ad Auschwitz-Birkenau c’erano quattro Crematori e per ciascuno di essi un SonderKommando.
Il “lavoro” nel SonderKommando era probabilmente il più atroce che i nazisti potessero ideare per gli ebrei imprigionati, non soltanto perché i suoi membri erano costretti ad accompagnare gli ebrei che non avevano superato la “selezione” alle camere a gas, ma anche perché a loro spettava il compito di aiutare le SS nel momento in cui dovevano versare lo Zyklon B per gassare le persone rinchiuse nella camera, ascoltarne le urla e i pianti mentre morivano, svuotare la stessa camera dei corpi ammassati e senza vita in mezzo al sangue e ai liquidi persi dalle vittime mentre venivano soffocate dal gas e sentivano la vita abbandonarle lentamente gridando per dieci-dodici minuti cercando di respirare.
Una volta estratti tutti i cadaveri i membri del SonderKommando dovevano poi pulire la camera a gas affinché nessuno degli altri prigionieri si accorgesse di ciò che realmente avveniva in quella stanza. Nel frattempo altri membri del “Comando Speciale” avevano il compito di tagliare i capelli alle donne e riporli in un sacco e altri estraevano i denti d’oro dai cadaveri. Alla fine questi corpi venivano caricati su un montacarichi e mandati al piano superiore del Crematorio, dove si trovavano i forni, per essere bruciati.
Come può un compito simile non segnare profondamente un uomo?
Ed è infatti proprio lo stesso Shlomo Venezia ad affermare che “non si esce mai dal Crematorio”; una frase che fa ben comprendere quanto perverso sia stato il progetto nazista che ha creato i Lager e le squadre speciali dei SonderKommandos, obbligando gli stessi ebrei prigionieri – già vittime – a svolgere compiti atroci e impensabili che avvicinano la vittima, involontariamente, al carnefice.
E’ stato il modo scelto dai nazisti per distruggere l’umanità dei prigionieri, costringendoli ad azioni che li avrebbero segnati per sempre se fossero sopravvissuti ai campi, ma che comunque hanno certamente segnato la vita anche di chi purtroppo, per citare in qualche modo i Nomadi, è “passato per il camino e adesso si trova nel vento”.
In questo modo i nazisti hanno trasferito in gran parte sui prigionieri il peso dell’omicidio di conoscenti, amici, donne, anziani, bambini riempiendo di sensi di colpa l’anima di queste persone e rendendole, di fatto, incapaci di continuare ad accettarsi come esseri umani.
Per chi è sopravvissuto ai campi di sterminio è questa la ferita più profonda, quella che Primo Levi definì la “malattia dei sopravvissuti” per cui ogni ricordo rappresenta una sofferenza enorme che non abbandona mai e ogni attimo di gioia porta con sé un’indicibile disperazione.
Non è possibile, di fronte a questa testimonianza, non porsi molte domande e non riflettere su quanto accaduto e quanto accade ancora oggi, magari in altre forme, ma che dimostrano quanta strada abbia ancora da fare l’uomo per potersi definire veramente”civile”. Domande che possono essere ben riassunte in modo semplice dai versi de “La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)” dei Nomadi:

“Io chiedo come può l’uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone
Ancora non è contenta
Di sangue la bestia umana
E ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà…”

Associazione letteraria e culturale