LIBEROLIBRO CONSIGLIA: VERONIKA DECIDE DI MORIRE, P. COELHO

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo Veronika decide di morire, di Paulo Coelho; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Se un giorno potessi uscire da questo posto, mi permetterei di essere folle, perché lo sono tutti. Gli uomini peggiori sono quelli che non sanno di esserlo, perché continuano a ripetere ciò che impongono gli altri.

Con la storia di Veronika persi completamente il senso del tempo. La sera ascoltavo la sua storia, scritta in quelle che non sono altro che pagine della sua memoria, che si trascineranno fin quando non esalerà l’ultimo respiro, senza prendermi la briga di alzare gli occhi dalle pagine.
Le parole scorrevano dalla punta di una penna invisibile su un foglio evocando all’orecchio la voce della piccola Veronika. Pendevano dalle mie braccia e indugiavano sulla mia testa: finestrelle aperte su un mondo che offrivano allo sguardo lo sfavillante spettacolo di un mondo completamente sconosciuto ai miei occhi. Gruppi di boliviani che suonano in piazza, in un pomeriggio invernale. Una ragazza insoddisfatta, sola che ha bisogno degli altri per essere felice che vaga come un’anima in pena in un posto dove le persone non si vergognano di essere etichettate come matte. Ed io che, stregata dall’aura lucente di Veronika, dal bagliore acquoso della luna che, come un’indescrivibile sensazione di benessere, mostrava la propria eternità, seguivo scrupolosamente ogni sua mossa. Veronika che proiettava la sua malinconia fino al mio cuore caldo rinchiuso nella cassa toracica, dove si dilatava e contraeva ogniqualvolta s’imbarcava in una dei suoi eccentrici comportamenti.
In ogni parola erano conservate scatole con dentro racchiuse tante vite. Scatole che contenevano dettagliatamente i particolari sulle persone che, come anime dannate ma contrite, erano sparse intorno a Veronika. Scatole piene di vita di cui Veronika non sa cosa farsene, ma che arricchiscono questo splendido scenario. Dalla mia prospettiva, così evocativo ma distante, di cui tuttavia si riesce a scorgere l’attività che vi ferve. E, come un sogno breve e senza senso, in una rapida discesa conduce alla vita che sta ormai appassendo nella quiete mattutina. Fra il fragore delle macchine, in un istituto psichiatrico che freme vita, su uno sfondo luminoso e quasi rassicurante di un astro che placa tutta la superficie, prima della sua inevitabile decadenza.
Non conosco le ragioni per cui abbia amato la storia di questa strana ragazza che in meno di ventiquattro ore popolò le mie notti.
Una figura quasi ipnotica che brucia nella mia testa vivida e bellissima, nell’anticamera della morte, scuote la testa e arriccia le labbra rievocando ricordi che, come limpida acqua, escono inarrestabili dalle fessure tra le rocce di una fontana. Come si era sentita fluttuare fra le nuvole, quando un ammiratore sconosciuto le aveva regalato un fiore. Il senso di pace che le comunicava osservare lo spicchio della luna. Io mi sono avvicinata, attratta verso di lei come una falena. Ed, quando ero nel suo cerchio magico, avvertii un forte sentimento: l’odio profondo che gli impedì di scoprire le altre Veronika che dimorano dentro di lei e che erano interessanti, folli, curiosi, coraggiosi, audaci. Ma che, per spegnere questo sentimento, si volgeva alla luna e attaccava con una sonata, in suo omaggio, sperando che lei l’ascoltasse orgogliosa.
Con il silenzio opprimente della notte, l’ho cercata come storie che vanno alla ricerca di altre storie. Come mezzo di allontanamento dalla vita, dalla routine, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura. Per lasciare che le sue parole mi sorprendessero e m’inducessero a provare moti di compassione che prendono quando si è insoddisfatti della vita. Per comporre una melodia che conducesse altrove: svuota la mente, induce a smettere di riflettere su ogni cosa e limitarci ad essere.
Quando la salutai provai una strana sensazione nel petto. Era dovuto dalla storia che Coelho aveva sussurrato al mio orecchio? Forse. Un’eco, un sussurro, che aveva reclamato la mia attenzione, spazzando completamente via la storia della mia vita.
Veronika non aveva niente che potesse considerarsi come una valida ragione per togliersi la vita. Il suo desiderio di morire, – indetto da insoddisfazione morale, fantasie represse nei riguardi di qualcosa o qualcuno, o paure di vivere nell’errore – non aveva niente di inquietante. Non era l’atto in se a turbarmi ma l’idea che potesse compierlo a darmi qualche preoccupazione. Se Veronika era così insoddisfatta come diceva era di sicuro determinata a compiere questo gesto sconsiderato. E se era determinata significava che sarebbe morta. Come poteva essere altrimenti?

Tutti viviamo in un mondo nostro. Ma se guardi il cielo stellato, ti accorgi che tutti questi mondi diversi si combinano, formando sistemi solari, costellazioni, galassie.

Con le sue divagazioni sull’esistenza di Dio, di un mondo che si combina o si fonde con altri mondi, l’anima completamente appagata – perché solo adesso la vita ha un senso -, Veronika decide di morire è un libriccino dalla mole piuttosto ridotta ma unico nel suo genere. Scene di vita in un caleidoscopio di situazioni critiche. Cisterna che non supera mai i limiti, ma che custodisce desideri, sogni, speranze di personaggi rosi dai dubbi e dalle inquietudini.
Un romanzo che è una nostalgica poesia sul senso della vita. Flagello dell’anima e quasi unica via di redenzione trovata.

In un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?

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