LIBEROLIBRO CONSIGLIA: LA CUSTODE DI MIA SORELLA, J. PICOULT

Ogni settimana, LiberoLibro si propone di consigliare, tramite le recensioni dei nostri fidati recensori, un libro in particolare. Questa settimana consigliamo La custode di mia sorella, di Jodi Picoult; recensione di Gresi Vitale. Buona lettura!

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Chiunque tu sia, c’è sempre una parte di te che desidera essere qualcun altro e quando, per un millesimo di secondo, il desiderio si realizza, è un miracolo.

Ultimamente, leggo storie di donne forti e allo stesso tempo fragili in cui finisco per essere fatta a pezzi, in pezzi così piccoli che non rimane abbastanza, di me, per rimettermi insieme.
Una vocina nella mia testa dice che l’intensità di un emozione non può essere misurata in alcun modo se non la si riconosce nella sua natura. Probabilmente è quello che faccio io, ogniqualvolta leggo romanzi di questo tipo. Mi lascio cullare dalla corrente del sentimento, confondendo la realtà con la fantasia scambiando qualche volta ciò che mi circonda realmente e quello che accade nella mia testa. Perciò, quando ho letto di Anna, di sua sorella e dei ricordi del passato – detriti trascurati di una vita lontana – ho richiuso il romanzo in una finestra virtuale, mi sono seduta alla scrivania e, con la mano appoggiata sulla fronte, ho cominciato a pensare: quello che faccio sempre, ogniqualvolta la melodia sprigionata dalle parole è troppo solenne. Così penetrante, per non colmare il nostro cuore di una dolce litania.
Una famiglia come tante altre stava lentamente per perdere l’equilibrio. La pace. La serenità. Anime dannate, peccaminose, che camminano sul sentiero della vita come se non avessero ragione alcuna di vagabondare nell’immensità di questo cosmo. Ognuno diretti verso una strada senza uscita, un tunnel in cui è impossibile scorgerne la luce, guidati dalla voce carezzevole di un adolescente che, quando vede la sorella Kate lentamente avanzare verso un abisso lungo in cui non si riesce a scorgerne il fondo, vorrebbe donargli la vita. Aprire una porta sulla sua anima ed entrarci dentro.
La custode di mia sorella è stato quel romanzo che, rinchiuso in una finestra luminosa dall’aria vaporosa, ha sedotto e rovinato il mio animo, trasportandomi dalla corrente sinuosa del tempo.
E’ stato incredibile come, in un paese straniero in cui non si conoscono gli abitanti, in un turbine di sogni e desideri, si sono intrecciate e sovrapposte le azioni di pedine ignare di un disegno che sfugge alla mia comprensione. Contrite per aver negato la vita e tutto ciò che ne consegue, rimpianti che dilaniano la loro anima di ciò che avrebbero potuto fare o ciò che avrebbero potuto essere, negando la realtà fino a rimanere completamente soli. Incompresi… Per quanto tempo abbiano cercato di rimediare agli errori del passato, per quante cose abbiano fatto per ripristinare il loro universo personale, circondati da una cappa di silenzio, intessuto da pesanti perle su conversazioni troppo delicate.
Mi considero un’inguaribile romantica e, immergermi in storie d’amore o d’affetti che fortificano ma distruggono, leggerle con gli occhi colmi di lacrime, viverle con coraggio, speranza e fiducia, mi ha sempre permesso di scorgere, anche se in minima parte, scorci di serenità. Racconti in cui il silenzio si prolunga per quasi tutta la durata del romanzo e che, nonostante il tema trattato, appassionano, emozionano, sconcertano, inducendoci a far tesoro di quel poco che abbiamo.
Esposta ai venti lenti e noiosi della vita, come mezzo di allontanamento dalla routine, dal tempo, attingendo ad emozioni che si agitavano dentro e cui ho riversato in quel contenitore imperfetto che è la scrittura, Jodie Picoult ha composto una melodia che strazia il cuore, annienta lo spirito, induce a provare quell’emozione indefinibile che prende quando leggo storie strazianti come queste.
E’ possibile che, in un momento sconosciuto della sua vita, abbiano preso il sopravvento e, rimanendo lì, ai bordi della sua anima, si mossero agili e decise, come creature sensibili che vivono di vita propria trasmettendo emozioni indecifrabili. Perlomeno questo è quello cui riesco a definirle, quando penso alla genesi del romanzo. Quando m’imbatto in storie che mi fanno sentire strana. Combattuta. In balia di sensazioni particolari che nemmeno io riesco ancora a spiegarmi.
La custode di mia sorella è un grido colmo di speranza lanciato ai piedi di una montagna, un piccolo colibrì che svolazza ma non riesce a spiccare il volo, una dolcezza velata di tristezza e sconforto che va a cercare sentimenti nascosti nel più intimo dell’essere, che si credevano perduti. Questa è la storia di Anna, detta Andromeda, raffigurata come una principessa con le braccia distese e le mani incatenate. Questa è la storia di Kate che, se non gli fosse stata diagnosticata la leucemia, avrebbe potuto condurre una vita normale come tutte le altre. Salire su un palco, mentre riceve un diploma di scuola superiore, o immaginarla alla festa dei suoi diciotto anni.
Due sorelle siamesi che sono state separate dalla nascita. Una ragazzina che forse non riuscirà a raggiungere l’età adulta. Una giovane donna che, per la prima volta in vita sua, non rispetta le regole. Sa che non vale la pena di lottare per qualcosa che è irraggiungibile e che, come una stella che brucia per migliaia di anni, consuma il proprio carburante così velocemente che si vede brillare a distanza. Ma, quando il carburante inizia a scarseggiare, muore, e tutti assistono alla sua fine.
In un mondo che brucia lentamente ai loro occhi, le cui immagini hanno il colore perlaceo delle lenzuola appena lavate, da cui fuggono con la speranza di poter catturare la gioia di vivere in sporadici momenti. Urlando dinanzi all’ignoto, lanciandosi all’assalto dei propri dolori, pur di illudersi di poter salvarsi. Liberi di scegliere il loro destino, esorcizzando le paure, gridando la loro voglia di esistere.
Io e la famiglia Fitzgerald ci siamo incontrati inconsapevolmente, scoprendoci ai confini di una realtà dura e ingiusta, in uno stato di disperazione morale privo di alcun ragionamento sensato. Come se animata da un sogno, non ho dato peso a quello che mi circondava, se non che lasciarmi sprofondare in questo spazio senza fondo. Condividendo il loro dolore come un modo per rafforzare la nostra unione; varcando la soglia di un appartamento dove non posso riconoscere nulla di mio ma in cui ho potuto inserirmi; circondandomi del loro calore e curandomi attraverso la speranza.

Ci sono cose che facciamo perché ci convinciamo che sarebbe meglio così per tutti. Ci raccontiamo che è la cosa giusta da fare; quella più altruistica. E’ molto più facile che dire a noi stessi la verità.

Un romanzo che affronta anfratti bui, paradossi dell’anima, scoprendosi in una moltitudine infinita. Una fiaba triste che parla di solitudine, sogni persi e ritrovati, del dolore per la perdita di una persona amata, che, concependo la drammaticità come qualcosa di talmente grande da risultare vistoso, o quantomeno rivelante, mi ha trasmesso un forte senso di malessere e sconforto che, volteggiando nell’aria come minuscoli granelli di polvere, inducono a provare una tristezza incurabile.

Una gioia è semplicemente una pietra sottoposta a un calore e una pressione enorme. Le cose straordinarie si nascondono sempre in posti in cui la gente non pensa mai di cercare.

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