ASSAGGI DI PSICOLOGIA: LO PSICHISMO MAFIOSO – in attesa dell’evento di sabato 18 ottobre, con Silvia Guerini Rocco – psicologa

L’associazione LiberoLibro Macherio è fiera di presentarvi il nuovo progetto ”Assaggi di Psicologia”: un articolo al mese, in cui la nostra collaboratrice Silvia Guerini Rocco, iscritta all’ordine degli psicologi della Lombardia, ci parlerà di una tematica particolare inerente l’ambito della psicologia, allacciandola ad un elemento propriamente culturale. Questa volta, in attesa dell’evento si domani sera, parleremo dello psichismo mafioso.

18 ottobre: serata sulla mafia, con l'arci Bassa di Gussola

Con il presente scritto non intendo certo approfondire un fenomeno così complesso, rilevante e pervasivo come quello mafioso, bensì delineare alcune aspetti legati alla dimensione psicologica del soggetto mafioso (psichismo mafioso), spesso sottovalutati nella ricerca psicosociale rispetto alla dimensione sociologica e antropologica.

Ciò che emerge da alcune ricerche finalizzate ad analizzare lo psichismo mafioso (tratte dal testo “Psicologia clinica-dialoghi e confronti”, a cura di E. Molinari e A. Labella), è innanzitutto il ruolo che L’Organizzazione mafiosa ricopre nei confronti della costruzione identitaria dell’individuo: Cosa Nostra non è solo un’organizzazione criminale, ma un vero e proprio substrato identitario basato su particolari valori e su modalità di pensiero specifiche.

I valori tipici del pensiero mafioso, che costituiscono l’unica matrice di significazione degli eventi, per esempio, sono quelli dell’onore, del coraggio, della virilità, della freddezza.

Le modalità dominanti di pensiero sono per lo più di tipo dicotomico, caratterizzate dalla rappresentazione di un mondo interno buono, caratterizzato dai valori sopra nominati, ed uno esterno cattivo, quello delle forze dell’ordine, dei giudici, e così via.

Altra caratteristica del pensiero, oltre all’essere dicotomico, è il suo essere totalizzante: l’alternativa è tra l’essere un “uomo d’onore”, esaltando in maniera onnipotente il proprio Sé in quanto appartenente alla “famiglia”, o l’essere nessuno.

Il fatto di entrare a far parte di una famiglia avviene attraverso un’iniziazione simbolica, che sancisce l’appartenenza totale dell’individuo alla famiglia stessa: ciò comporta l’acquisizione di una nuova identità per cui l’individuo non sente di appartenere più a sé stesso, ma alla famiglia di riferimento.

Si può definire questo processo come una sorta di assorbimento dell’Io nel Noi, e di impedimento dell’Io individuale alla differenziazione dalla Famiglia, la quale fornisce peraltro protezione, accudimento e sicurezza primaria.

Per quanto riguarda il ruolo della donna, è di sottomissione al marito rispetto alla dimensione sociale, mentre è di dominanza rispetto a quella degli affetti famigliari, poiché spetta alla donna il compito di tramandare valori quali, ad esempio, il rispetto dell’autorità maschile. Senza tale compito educativo, verrebbe meno e si indebolirebbe quella forte identificazione dell’Io con il Noi famigliare fondamentale nelle dinamiche relazionali ed intrapsichiche del soggetto mafioso.

Il legame così pervasivo con la famiglia si rende ancora più evidente nell’angoscia che comporta il tradimento. I pentiti tendono a considerarsi (e ad essere considerati) “infami”, traditori del vincolo di sangue, perdendo il senso della propria identità. Il soggetto si sente abbandonato e di non appartenere a nessuno, laddove prima il senso di appartenenza era esclusivamente legato alla famiglia.

Per le donne, la “collaborazione” o il tradimento dell’uomo vengono vissuti come un vero e proprio fallimento esistenziale, in quanto fallisce il compito essenziale della loro esistenza: quello di educare e formare un vero “uomo d’onore”.

Secondo quanto emerge dalle ricerche, a questo proposito, è come se i pentiti avessero effettuato un drammatico e doloroso passaggio da uno stato di onnipotenza ad uno di totale impotenza, in cui sentono di non valere più niente, e che rende la scelta di collaborare “poco conveniente”.

L’uomo d’onore, quando decide di collaborare, dovrebbe trovare una sorta di sostituto in grado di colmare questa perdita.

Silvia Guerini Rocco, psicologa

grsilvia2008@libero.it

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